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I sindacati contro il ministro: "Difficile aumentare la produzione delle centrali già accese. La spesa non vale l'impresa? Le aziende hanno fatto importanti profitti" - Citta della Spezia
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I sindacati contro il ministro: “Difficile aumentare la produzione delle centrali già accese. La spesa non vale l’impresa? Le aziende hanno fatto importanti profitti”

Le sigle sindacali della centrale Enel spezzina non sono convinte della bontà delle parole del ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che questa mattina aveva escluso la riaccensione delle centrali a carbone già spente, sostenendo che in caso di aumento della domanda energetica il Paese ricorrerà alla potenza massima di quelle attualmente in azione (leggi qui).  “Le dichiarazioni del ministro non corrispondono a quanto registriamo, dal nostro osservatorio sindacale, stia succedendo da mesi nel Paese”. Lo affermano i sindacalisti Paolo Musetti, segretario provinciale Filctem Cgil, Michele Pollarolo, segretario Flaei Cisl, e Massimo Ismari, segretario di Uiltec Uil.

Le motivazioni per cui i portavoce dei lavoratori sono scettici sono di natura squisitamente tecnica e riguardano la possibilità di chiedere uno sforzo maggiore agli impianti a carbone in esercizio. “Dalla metà del  2021, a causa dell’impennata del prezzo del gas che ha fatto schizzare alle stelle il costo del MWh e le bollette dell’energia degli italiani, (oggi record storico di  circa 600 euro), le centrali a carbone esistenti di Civitavecchia, Brindisi, del Sulcis, di Fusina e della Spezia (fino a dicembre 2021) sono state sempre chiamate in servizio e hanno risposto rispetto al 100% della loro capacità tecnica impiantistica. Altro che scartamento ridotto! E di ciò – spiegano Musetti, Pollarolo e Ismari – ne sono testimonianza le iniziative sindacali dei singoli territori con le conseguenti richieste ad Enel di rimodulare la sua gestione delle centrali. Quindi la possibilità di aumentarne la produzione a carbone esistente risulta difficilmente percorribile, per alcuni impianti che oggi funzionano già a pieno carico nonostante negli anni passati abbiano avuto una riduzione degli investimenti e delle manutenzioni per essere eserciti contemporaneamente”.

Inoltre secondo i tre sindacalisti c’è anche da tenere in considerazione il principio di equità. “In questo contesto il superamento dei limiti di emissione, così come permesso dall’ultimo decreto ministeriale in materia, non può essere la leva a cui affidiamo l’aumento della produzione. Lo diciamo nel pieno rispetto delle comunità locali che ospitano le centrali rimaste in funzione che si troverebbero a subire contemporaneamente sia i massimi quantitativi di consumo di tonnellate di carbone sia il massimo livello delle emissioni prodotte”, affermano Filctem Cgil, Flaei Cisl e Uiltec Uil.

In merito all’affermazione di Cingolani per cui “la spesa che non vale l’impresa” Musetti, Pollarolo e Ismari ritengono che “i recenti profitti  fatti dalle aziende con la produzione a carbone possono invece essere in parte destinati per organizzare una diversa e più ordinata gestione della chiusura della produzione a carbone, come anche una rivisitazione del funzionamento della borsa dell’energia in Italia potrebbe ridurre i costi di vendita. Una chiusura non finalizzata all’ulteriore massimizzazione dei profitti da parte delle aziende del settore energetico ma alla rimodulazione ed all’ampliamento dell’utilizzo del suo parco centrali finalizzato a raggiungere gli obbiettivi indicati dal governo senza massimizzare tutto il  peso nelle ultime realtà che attualmente ospitano le centrali a carbone, cioè l’idea originale del primo ministro Draghi, quando dichiarò dell’eventuale necessità di riaprire le centrali almeno per un periodo temporaneo per fronteggiare l’escalation dell’emergenza energetica”.

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