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Virginia Woolf e i lumi notturni del Golfo

di Alberto Scaramuccia

Una storia spezzina
Virginia Woolf

- Oggi ricordo una presenza importante, seppur fuggevole, nel Golfo.
Di Virginia Woolf è ricorso lo scorso 28 marzo l’ottantesimo della scomparsa. La scrittrice, sentendo crescere la depressione che l’attanagliava, certa che ne sarebbe ancora uscita matta, riempì le tasche della gonna con sassi e s’immerse fra i flutti di un fiume vicino alla casa che abitava in campagna.
Avrei potuto dirne prima rispettando la data, ma per l’accavallarsi delle ricorrenze non mi è stato possibile ricordarla quando era giusta.
Virginia fu da queste parti nel maggio di ottantasei anni fa. Saliva in macchina su da Roma per imbarcarsi a Genova e fare ritorno in Inghilterra dove arriva venerdì 31. Nel tragitto si ferma a Lerici.
Adottando uno stile nuovo per il tempo, la Woolf abbandona lo schema tradizionale del romanzo basato sul dialogo e la successione cronologica della narrazione per fare del testo uno strumento di introspezione attraverso il quale l’autore colloquia con se stesso. Virginia non è sola a seguire questa tendenza, con lei ci sono diversi nomi importanti, ma nella sua produzione il nuovo modo letterario si coniuga all’attenzione per la collocazione della donna nella società.
Esemplare è il libro “Le tre ghinee” pubblicato nel ’37. Fu quello un periodo turbolento in cui si avvertiva bene che era difficile mantenere l’equilibrio in Europa. Virginia è però originale nel considerare la guerra come parabola e metafora dell’autoritarismo maschile, concetto che esprime nei saggi che compongono il testo.
Proprio di questo parla in una lettera dicendo che vorrebbe ampliare il primo “paragrafo”, il capitolo iniziale in cui la donna insiste nel ribadire che essendo i maschi a combattere, ogni conflitto è marcato da una caratterizzazione sessuata.
È una scrittrice e la letteratura non la dimentica mai. Anche se il viaggio che sta compiendo in Italia è svago, evasione dalla routine, trova egualmente modo e tempo per la lettura che rappresenta sempre il confronto con chi ci si presenta. Così, si legge fra una tappa e l’altra “Gli indifferenti”, il romanzo d’esordio del ’29 di Moravia.
Tuttavia, la sua indole letteraria non regge di fronte al fascino di Lerici dove dorme. Non sono i fantasmi di Shelley o Lawrence a cantarle la lullaby ma la sensazione strana perché nuova, di essere stretti fra il mare e i monti “a collo d’avvoltoio” mentre la distesa salata riflette “i lumi notturni rossi e gialli che scintillano e svaniscono”.
L’armonia che vince di mille secoli il silenzio non la crea, almeno in questo caso, la melodia del verso ma la bellezza anche ferina del golfo dei poeti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA



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