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La storia della povera Ianota, promessa ad un farabutto

di Alberto Scaramuccia

una storia spezzina
Premio Porto Venere donna, la Nike del maestro Vaccarone

- Un paio di settimane fa, parlando di morale sprugolotta, si è detto di una storia antica, quella di Santina e Antonio, una coppia che oggi definiremmo aperta ma che al loro tempo (siamo nel 1384) sicuramente suscitò non pochi rumours nel paese che abitavano. Alla fin fine, comunque, si tratta di una vicenda boccaccesca che soprattutto fa sorridere ed al massimo suscita solo commenti salaci. L’episodio che anima questa puntata è, invece, di carattere ben diverso che con l’altro ha in comune solo l’essere stato ritrovato dall’anima della Sprugola, Ubaldo Mazzini.

Il Nostro si legge per diletto gli atti rogati dagli antichi notari e poi divulga le vicende curiose in cui incappa. Quella di oggi, come la precedente della scorsa domenica, è contenuta in un libricino del 1911, poche pagine di notizie interessanti. È, però, una storia triste, un atto di servaggio che ci pone di fronte all’antico problema della condizione
femminile che lo si agita da (relativamente) poco ma ha origini molto distanti nel tempo. È la storia angosciosa di come si può ridurre in stato di spietata cattività l’essere umano. È la storia di Ianota, forse bella, probabilmente giovane, sicuramente troppo povera per poter pretendere che si rispettasse la sua dignità.

Succede che Giannotta, noi la chiameremmo così, figlia di tale Domenico di Pignone, da tre parenti prossimi il cui nome non merita dire, è promessa ad un quarto farabutto che non val la pena dire come si chiamava. È un atto pubblico, rogato il 29 settembre 1505 da un notaro in cui si dice che lui può fare di lei qualsia cosa voglia “a suo libito”. Unica condizione è che la tratti bene riguardo a mangiare e vestire. L’acquirente promette che la tratterà bene e che è anche pronto a sposarla qualora la legittima moglie muoia. Se questa invece dovesse restare vedova, Giannotta resterà padrona ed usufruttuaria di ogni bene ricevuto e resterà nella casa come fosse pure lei vedova tenendo presso di sé l’eventuale prole.

Per Mazzini è un vero e proprio trattato di concubinato. L’Ubaldo si chiede quanto valore possa avere quell’atto pubblico che andava contro il diritto canonico pur ricordando che solo con il Concilio Tridentino di mezzo secolo dopo questo fattaccio, si sarebbe stabilito che “essere peccato gravissimo che gli uomini abbiano concubine”. Poi conclude che pure per la femmina sposata funziona così. Rischiamo di indignarci solo per la vendita della ragazza, facendo passare in secondo piano il trattamento cui pure oggi sono sottoposte molte donne coniugate. Io ricordo solo che la ricorrenza di domani 8 marzo non è evento inutile.

2, fine

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