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L'identità nella parlata, spia di stratificazione culturale

di Alberto Scaramuccia

Una storia spezzina
L'identità nella parlata, spia di stratificazione culturale

- In un saggio apparso recentemente sul trimestrale “Il Porticciolo”, il professor Giuseppe Benelli, Presidente dell’Accademia Capellini, spiega come l’etimologia non sia solo la ricerca filologica intorno all’origine di una parola ma soprattutto la spia di una stratificazione culturale che si manifesta nel linguaggio. Di una comunità la parlata rappresenta il Dna quale risulta dalle sue modalità espressive che raffigurano non solo un apparato identitario ma anche, e forse soprattutto, la genealogia e le radici dell’ambiente in cui essa vive.
Gli strumenti di cui ci serviamo nelle relazioni interpersonali (parole, espressioni, frasi idiomatiche, modi del dire) non sono momenti espressivi unicamente “in-genui”, cioè nati (ecco comparire l’etimologia) all’interno di una gente. Al contrario, riflettono gli esiti di percorsi complessi, per nulla semplici da decifrarsi, accidentati ed anche accidentali, attraverso i quali s’è forgiata una modalità comunicazionale.
A ciascuno la propria forma espressiva appare banalità da tanto che è radicato nel suo patrimonio intellettuale, ma se si getta lo scandaglio, senza neppure scendere in profondità, si manifestano vissuti transgenerazionali che mostrano una trama fitta di percorsi, collegamenti, relazioni. Tutti derivati da incontri, commerci e mercature, ma anche da sentimenti ed emozioni. Appena sotto traccia, se scoperti, mostrano un mondo sotterraneo che non si intuiva, fenomeno carsico che pare sbocci all’improvviso mentre c’è tutto un suo lavorio dietro.
Ogni parola è uno scrigno che basta aprirlo perché ne salti fuori con i contenuti anche la storia. Ogni parola non è solo un suono ma un racconto di vissuti da cui il ritorno alla luce scrolla la polvere dell’oblio che li celava.
I nomi dei luoghi narrano vicende degne dell’epica.
Una comunità longobarda chiamava il luogo dove abitava “wald”, parola che nel loro idioma stava per “bosco sacro recintato”. C’è stata una trasformazione fonetica ma da quel wald è venuto fuori il toponimo Gaggiola, parola che oggi noi pronunciamo senza però più intenderne la mistica.
Ma anche i nomi comuni sono spie di vicende.
Quando parla dei più giovani, le più volte il dialetto trascura l’ormai quasi desueto sgarzoèlo, termine che i dizionari spezzini declinano al solo femminile rendendolo come “ragazza esuberante”.
Sgarzoèlo, che risente da tempo della concorrenza del più diffuso fante, pare quasi derivare da rosignolo, l’uccellino dal cinguettio melodioso, ma alla sua base c’è il francese garçon veicolato nel patrio idioma dal Mediterraneo che con le merci scambiava anche parole.

ALBERTO SCARAMUCCIA

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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