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Tra decoro ed esigenze fisiologiche, la storia dei "monumentini"

di Bert Bagarre

Sprugoleria
Tra decoro ed esigenze fisiologiche, la storia dei "monumentini"

- Più o meno vent’anni fa aveva fatto sorridere l’iniziativa per cui, in occasione di un tragico summit dei Grandi tenutosi all’ombra della Lanterna, erano state impartite rigorose disposizioni affinché i panni lavati non si appendessero ai fili tesi all’esterno dei palazzi fra una finestra e l’altra. Non era, questa fu la motivazione, uno spettacolo decoroso da mostrare agli ospiti stranieri ché avrebbe fornito del nostro Paese che ospitava l’incontro, un’immagine poco dignitosa.
Passato l’evento ma non le aspre polemiche che suscitò, tutto tornò come prima con le brave massaie che, mollette in pugno, ripresero a colorare le facciate delle loro case stendendo al sole i drappi appena tirati fuori dalla lavatrice. Mica si poteva pretendere che i mariti, tornati alla sera dal lavoro, si mettessero a soffiare sui pani sciorinati su fili tirati da un capo all’altro della magione!
Ma non si pensi che l’episodio sia circoscritto al triste G8 del 2001.
Il decoro urbano nasce con il piano regolatore di cui si dota la città moderna a prevedere strade più lunghe, luminose e belle.
Pure un secolo fa, l’anno nuovo s’inaugura sulla stampa di Sprugolandia con una diatriba sui drappi stesi all’esterno degli edifici. L’Amministrazione appena entrata in carica sguinzaglia la goffa che ammonisce i cittadini ad asciugare i panni in altro luogo che i fili stesi lungo le finestre.
Il quotidiano dell’epoca riporta il mugugno ma non l’approva. Però, la polemica serve per tirare fuori un’altra questioncella, quella dei “monumentini”. La parola è stravagante ma ne capisci il significato subito letta la prima riga.
Ebbene, si usa quel termine per i vespasiani, i pissoir che “decoravano” gli angoli delle strade. Rigorosamente, riservati, come logico, al sesso forte ché il debole evidentemente non usciva di casa, da tempo a Sprugolandia suscitavano parecchie critiche per la scarsa pulizia ed il gran fetore che ammorbava l’aria. Piano piano li si buttarono giù, operazione che causò altra polemica perché non si capiva dove il maschio cui era lecito uscire di casa, avrebbe potuto ottemperare alle fisiologiche esigenze.
Ne ricordo ancora uno in cui m’imbattevo quotidianamente mentre andavo allo stadio Montagna: il monumentino (ma allora ignoravo quella parola) era all’incrocio dei viali Amendola e Fieschi ed era uno spettacolo veramente nauseabondo, da far svenire chi avesse avuto l’ardire di entrarvi per il suo colore giallo sporco e, soprattutto, per il puzzo. Poi capitava anche che qualcuno, come scrisse l’Ubaldo tempo fa, approfittasse del luogo riparato per “liberarsi dal soverchio”!

BERT BAGARRE

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