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Ultimo aggiornamento: Martedì 27 Luglio - ore 13.57

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Combattere le mosche, un mestiere che cambia

di Bert Bagarre

Sprugoleria
Mosca

- Sembra che in certi posti esteri ricompaia il problema ingombrante delle mosche ma mi pare che ogni tanto quei fastidiosi volatili tornino a volteggiare anche nel cielo e soprattutto nelle stanze di Sprugolandia.
Per carità, intendiamoci bene. Non è nulla a confronto con la vera e propria persecuzione che, peggio di una piaga d’Egitto, si verificava quando portavo ancora, come del resto tutti i fanti di questa landa, i causson corti.
D’accordo, erano tempi diversi, nessuno ancora aveva raccontato la scomparsa delle lucciole. Pesticidi e diserbanti erano parole di fatto sconosciute però avere quella bestie che condividevano con la nostra la loro vita era cosa davvero fastidiosa contro cui era, più che salutare, doveroso trovare dei contraccettivi.
Il più usuale era una pompetta tipo bicicletta che portava un serbatoio rettangolare in cui s’inseriva ad intervalli rituali un liquido benefico il cui nome era la sigla DDT. Il significato di queste lettere era sconosciuto ai più della massa che le utilizzava e che ignorava anche che l’ignota abbreviazione era un acronimo, termine che solo lustri dopo l’avvento del computer avrebbe reso popolare.
Oltre che con la pompetta provavamo a liberarci di quei mostri volanti schiacciandoli sul tavolo dove si posavano, con un lesto movimento della mano. Un celebre western avrebbe mobilitato quell’arte mostrando che così i pistoleri allenavano i loro riflessi.
Poi, a chi come noi non era professionista della colt, venne in soccorso una paletta di gomma molto flessibile con cui sistemare le bestiacce era gioco da ragazzi. Restava, tuttavia, il problema di sistemare le spoglie e di ripulire il tavolo. Sembrava poi che le mosche lo sapessero perché si posavano su luoghi come il tavolo della cucina dove l’igiene sconsigliava di praticare tale operazione.
Per questo giunse salutare una nuova invenzione: la carta moschicida.
Era uno striscione di carta inzuppata di colla appiccicosissima su entrambi i lati, un po’ come la carta da imballaggi che usiamo oggi, che si faceva penzolare dal soffitto. Le mosche volando sbattevano nell’adesivo di quei festoni a cui restavano appiccicati quali trofei di caccia, come l’avvoltoio inchiodato al portone del maniero dell’Innominato.
Le strisce cadendo dall’alto si attorcigliavano su se stesse con un movimento elicoidale che avremmo poi saputo essere la forma del nostro Dna. Mi riguardavo quei nastri tortili nell’alimentari dove ogni dì andavo a comprare il pane cercando di catturare il momento della cattura, ma, ahimè, non mi riusciva mai.
Oggi la panetteria è diventata una mescita domenicana di birra nei cui pressi ogni mattina trovi montagne di tappini stesi a terra. Forse li tengono lì come munizioni contro le mosche.

BERT BAGARRE

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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