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Un mondo da costruire

di Beppe Mecconi

Quisquilie e meraviglie
L'inaugurazione dell'Arsenale

- Il nuovo secolo era iniziato da due mesi e sei giorni quando Amerigo Dimare, di anni ventuno, giunse a San Terenzo.
Le onde quasi sfioravano la chiesa e le case erano attaccate tutte l’una all’altra. Lo trovò un poco più grande di come l’aveva immaginato: un paesino di costa ligure costruito chissà quando da pescatori-contadini a dieci chilometri da Spezia che si poteva però raggiungere solo col vaporetto perché una vera strada carrozzabile ancora non c’era. “Chissà?”, si disse scendendo dal pontiletto traballante nella minuscola marina a metà pomeriggio di una giornata pulita: “Forse sarà una di quelle cose che ci faranno fare”.

Quella mattina, dopo avere abbracciato mamma, Vasco e la piccola Licia – che poi baciò e ribaciò ancora dicendole piano all’orecchio di comportarsi bene ed essere ubbidiente che altrimenti sarebbe tornato e l’avrebbe sistemata lui –, insomma, dopo gli addii dinanzi all’uscio perché non gli andava proprio, non aveva cuore, di salutarli alla stazione, Amerigo andò a piedi fino a Porta Nuova dove aspettò quasi mezz’ora. Ne approfittò per mangiare un pezzo dell’ottima
scarpaccia salata che sua madre aveva provato a mettergli di nascosto nella sacca, poi prese il vecchio trenino – la “caffettiera” la chiamavano – e dopo cinque fermate, con le porte sprangate per non fare entrare la puzza e il fumo nero, arrivò a Viareggio. Poco meno di un’ora dopo arrivò l’altro treno, molto migliore di quello della linea di Camaiore; due ore più tardi sbarcava a Spezia. La città era tutta un cantiere. Il treno, pieno di ragazzi ma anche di gente meno giovane venuta lì da tutta Italia in cerca di lavoro, si svuotò. Si fece indicare la via, ma non era difficile, tutti andavano al porto.

Dopo una decina di minuti a piedi di buon passo, scendendo dalla stazione verso il mare e oltrepassando un imponente portale piantonato da militari armati, raggiunse un enorme piazzale. Qui lo fecero entrare in uno stanzone, una specie di corridoio con un’entrata, un’uscita dal lato opposto e quattro scrivanie, due a destra e due a sinistra, e altrettanti addetti in divisa; dopo una lunga coda che gli sembrò stranamente composta e silenziosa, fu ascoltato da un sergente toscano, di Livorno, che lo prese in simpatia perché, dopo l’interrogatorio che gli fece, scoprì che praticava la ginnastica sportiva come lui.

Amerigo gli fece vedere le referenze scritte dal signor Rizieri, il capomastro che gli aveva insegnato il mestiere. Non erano in tanti ad averne tra quelli che si presentavano alla foresteria, così il sottufficiale chiamò un marinaio e gli disse di portarlo a parlare con un capocantiere. Dopo almeno dieci minuti e non senza difficoltà lo trovarono, perché gli spazi all’interno dell’arsenale erano smisurati e ovunque stavano lavorando. Il capocantiere era piemontese, di Cuneo, si chiamava Dalmasso, alto, magro, un grosso naso, mani enormi e una testa fitta di capelli neri, bastava guardarlo per capire che sapeva fare bene il suo lavoro.

Non fece nemmeno caso alle referenze ma gli chiese cosa sapesse fare: Amerigo rispose che aveva esperienza nel costruire case e muri a secco e a calce, fare impasti e far di conto, realizzare finestre e archi e tenere puliti e in ordine gli attrezzi. Dalmasso lo soppesò con gli occhi, poi, siccome non erano pochi quelli che gli raccontavan fole, lo mise alla prova. Amerigo impastò il cemento e spaccò pietre a misura, poi le murò in un moletto che stavano costruendo dove cominciavano a realizzare un nuovo bacino di carenaggio.
Fece presto e bene. Dalmasso sorrise, si fece dire il suo nome e gli disse di tornare il lunedì, puntuale alle 7 del mattino, poi lo rispedì dal sergente che gli prese i dati per il libretto di lavoro come operaio della Marina mercantile. “È andata bene mamma”, pensò, e la soddisfazione gli dipingeva la faccia: “Di meglio non potevo sperare. Tra pochi giorni comincio e c’è davvero un mondo da costruire”.

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