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Storie di paese

di Beppe Mecconi

numero 1
Biliardo

- Fino a non molti anni fa ogni paese, ogni quartiere, aveva il suo “tipo strambo”, anche più di uno.
Oggi – sarà la globalizzazione, sarà il web (dove invece pullulano torme di cretini del tutto privi di fascino) – gli straordinari, meravigliosi soggetti di una volta non ci sono più, o forse sopravvivono nelle frazioni più piccole, dove ancora (beati loro) la gente si ritrova nei bar, nei circoli, a chiacchierare dei fatti paesani, a giocare a carte sfottendosi l’un l’altro, a ridere, semplicemente a esistere.
Ne ho conosciuti parecchi, alcuni li ho davvero amati, sempre li ho rispettati per la loro diversità e per la capacità di inventare storie fantastiche, e forse viverle realmente nella loro mente.
E non ce n’erano due uguali, ognuno aveva la propria straordinaria univoca capacità comunicativa; sì, certo, facevano sorridere ma, non fermandosi alla superfice, anche pensare.
I loro fantasmagorici racconti erano talmente belli e articolati che oltrepassavano le generazioni, spesso mutavano i particolari secondari ma mai il senso generale tanto erano perfetti, alla stregua dei miti.
Uno di questi personaggi, non dirò né il nome né dove manifestasse il suo talento perché potrebbe davvero aver vissuto in uno qualunque dei borghi del nostro territorio, una volta raccontò di quando era imbarcato su un transatlantico ed erano ancorati alla foce del fiume Hudson, nel porto di New York. Un pomeriggio, dopo una mattinata di libera uscita, stava ritornando verso la nave quando si sentì chiamare. Si guardò intorno ma sulla banchina non c’era nessuno che conoscesse, pensò di averlo immaginato ma poi sentì ancora chiamare il suo nome, osservò meglio e finalmente si accorse che da un oblò di un grosso bastimento lì ormeggiato sporgeva il viso di un conoscente del suo paese che gli sorrideva, felice di avere incontrato un volto amico così lontano da casa.
Il nostro eroe si avvicinò tranquillo, con la camminata lenta di chi non vuol dimostrare troppo coinvolgimento emotivo tipico nel nostro fare, e gli disse, rigorosamente in dialetto: “Belin, da te mi sarei aspettato di tutto, ma di vederti con una nave attorno al collo proprio no!” Si voltò e sdegnato, senza voltarsi, se ne andò verso il suo scalandrone.
Un’altra volta, sempre lui, entrò al Caffè con biliardo bello tronfio con un improbabile pellicciotto di uno strano indefinibile colore. Alcuni amici cominciarono subito a prenderlo in giro dicendo che non avevano mai visto nulla di più brutto o strano e chiesero ridendo di quale caspita di animale fosse. Lui, calmissimo, con la sua parlata un po’ nasale rispose: “A ne savè propio gnente… Sta chì l’è na pelicia de Peguenia!” “Peguenia? E che razza di bestia è il Peguenia, non l’abbiamo mai sentito nominare.” E lui, sapendo ormai di averli in pugno, continuò pacato, come stesse spiegando la cosa più elementare agli scemi del paese: “Il Peguenia è un animaletto che vive in cima all’Himalaia, ha tre peli e, le rare volte che gli indigeni riescono a catturarlo, due li scartano e uno lo mettono da parte per farci le pellicce; quindi, anche voialtri, potete immaginare quanto sia prezioso questo giaccone!”
Negli annali è rimasta anche, e ben sottolineata, una sfida a boccette in quel Bar. Se la cavava bene in quel gioco e quella era la finale di un torneo serale con in palio un grosso cesto pieno di vini e salumi. Era una partita molto studiata, ogni palla poteva portare alla vittoria o alla sconfitta con successivo scontato pubblico ludibrio dei tanti presenti accalcati intorno al tavolo verde.
Dopo aver a lungo ponderato quale fosse il tiro migliore azzardò un rischiosissimo rinquarto con effetto a sinistra. Mentre la palla percorreva il suo tragitto tutto intorno si fece un silenzio perfetto, poi colpì la boccia avversaria, la mandò a buttare giù due birilli e lentamente proseguì la sua corsa andandosi ad appoggiare al pallino blu marcando il punto. Applausi!
Il suo avversario tra lo stupito e l’ammirato gli disse: “Belin, sei un temerario!” Lui sollevò la schiena, lo guardò dritto negli occhi e poi, con aria minacciosa: “Intanto vattene a f…..o, poi vado a casa, guardo nel vocabolario, torno qui e ti do il resto!”
Queste erano le storie, questi i personaggi che abbiamo perso per sempre; ok, forse è un dolore piccolo, ma è un dolore vero.

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