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La zia di Rivera e quell'onda arrivata sopra il campo Falconara

di Beppe Mecconi

Mareggiata

- Emilio se n’è andato nel 2005, nel 2019 siamo riusciti a riportarlo a casa.
Era nato a San Terenzo nel ’37 ed era l’anima del paese.
Almeno… io l’ho sempre visto così, per altri era qualcosa di simile allo scemo del villaggio.
Onestamente non saprei definire il suo stato mentale, non sono uno psicologo, non me ne intendo; ma scemo non lo era davvero, anzi, era difficile prenderlo in castagna. Era… diverso, ecco. E di buon cuore.
A volte era affettuoso in maniera eccessiva, soprattutto coi bambini e con le ragazze, che se non lo conoscevano bene potevano essere intimorite dal modo esuberante nel quale esternava il suo affetto.
Da ragazzo aveva avuto qualche problema con la legge, cattive compagnie, furtarelli, niente di troppo serio, e il paese s’era preso cura di lui, non l’aveva lasciato allo sbando, isolandolo, come avrebbe potuto accadere, come forse gli sarebbe accaduto ai giorni nostri, ma era la prima metà degli anni ’50 e la gente, dopo la guerra, era più buona, più coesa.
Era un puro Emilio, e si inventava di quelle storie da fare invidia al Barone di Münchhausen.
Molti anni fa dopo cena spesso ci si riuniva sotto l’autolinea; chiamavamo così un fabbricato nella piazzetta principale dove di giorno partivano le corriere per Spezia o Sarzana, aveva un’ampia tettoia e una lunga seduta di legno appoggiata alla parete più lunga e sul davanti, verso il mare, era aperto.
Ci si ritrovava lì, ragazzi di varie età, anche con parecchi anni di differenza, con una chitarra, ed Emilio raccontava e cantava.
Moltissime sue balle sono diventate leggendarie e hanno attraversato generazioni rimanendo quasi immutate a significare la loro non migliorabile perfezione.
Non aveva limite la sua fantasia, un qualsiasi pretesto, una qualunque frase ascoltata al bar o alla marina poteva dare il via ad una “narrazione”: sport, politica, attori, cantanti, viaggi… non esisteva nulla sul quale non potesse raccontare qualcosa di strabiliante e che aveva vissuto da protagonista.
Viveva della pensione e di lavoretti saltuari, molto saltuari, ma era un discreto pescatore e un apneista eccezionale. Riusciva a stare oltre cinque minuti sott’acqua.
Nel 1973 Maiorca era all’isola del Tino per tentare un nuovo record di profondità e lui raccontò che gli disse, rigorosamente in dialetto, mentre insieme stavano facendo gli esercizi di iperventilazione: «Quando te saè lasù, Enso, mia’n su, perché te me vedeè c’a te fago segno de vegnie».
Una volta raccontò di avere scoperto, mentre faceva i datteri, una galleria che attraversa da un capo all’altro la diga che difende il golfo della Spezia (2210 metri) e di averla attraversata tutta sott’acqua senza riprendere fiato; e quando qualcuno gli chiese (perché c’era spesso qualcuno che provava a confutargli le storie): «Ma a cosa accidenti serve un tunnel in fondo al mare?» rispose svelto che l’avevano costruito i tedeschi in tempo di guerra per nasconderci i sommergibili.
Solo una volta rischiò davvero di essere smascherato.
Aveva appena detto che quella domenica mattina era andato a pescare fuori dalle isole e aveva preso, e già venduto a Spezia (per cui nessuno poteva contestargli che non fosse vero) cinque bei tonni. Poi il discorso andò a cadere sulla partita che c’era stata al campo di Falconara, su in cima alla collina, e sul bellissimo gol in sforbiciata che aveva fatto Baldassini. Siccome doveva dire sempre la sua su ogni cosa gli scappò detto che era veramente stato spettacolare.
Allora uno disse: «Belin Emilio, hai appena detto che eri fuori dal Tino…» e tutti gli occhi si puntarono su di lui.
Un infinitesimale istante di esitazione e poi, tranquillo: «Si, ma a’n certo punto l’è ‘rivà n’onda tanto grossa che a barca l’è ariva pù ‘n su ch’er campo, e proprio en te quelo momento Sandro i già fato gol». Seguirono applausi a scena aperta.
Per restare in ambito sportivo: erano gli anni in cui Albino Buticchi era il presidente del Milan, e abitava a Lerici.
Spesso venivano ospiti nel Golfo i suoi giocatori ed Emilio era ovviamente diventato amico fraterno e consigliere di tutti loro, in particolare di Gianni Rivera. Oltre a ciò era anche il capo della Fossa dei Leoni, il primo gruppo ultras nato in Italia, la storica curva del tifo rossonero.
Una sera dichiarò che durante un derby stavano creando veramente troppi disordini, allora Rivera si avvicinò alla rete, lo chiamò e gli disse; «Emilio, fè meno casin se no l’arbitro i ne dà partida persa».
«Belin Emilio, ma Rivera parla in dialetto?».
«Si, i g’ha na sia de Pùgióa». Altra standing ovation.
Quando cantava, era anche cantautore, utilizzava tutte le lingue del mondo, nelle quali spadroneggiava, dall’inglese, allo spagnolo, al cinese, con escursioni in russo e tedesco.
Bastava che qualcuno iniziasse a strimpellare e partiva con il repertorio, una tra le più famose e richieste era: Quattro mura e dù cancelli, basata su fatti reali, la breve esperienza in riformatorio che un po’ l’aveva segnato, anche se non voleva darlo a vedere.
Quando ormai aveva quasi sessant’anni, alcuni giovanissimi musicisti del paese, che gli volevano un gran bene, si offrirono di accompagnarlo nelle sue performance. Lui accettò al volo, indossò un giubbotto nero con le borchie e divenne il leader indiscusso e il frontman del gruppo, l’unico, autentico, sincero gruppo di rock demenziale che sia mai esistito: Gabì e i Delirio.
Fecero non pochi concerti, sempre molto partecipati, in uno di questi si auto proclamò, tra le risate e le ovazioni: Re del punk-rock.
Il pubblico cresceva ogni volta grazie al passa parola. Lui era felice, e noi con lui.
Scelse il nome Gabì perché, tra le tante lingue conosceva anche il gabbianesco. Lo parlava, novello dottor Dolittle, speditamente e lo cantava pure. Unico al mondo.
Un giorno d’estate, avrò avuto quattordici, quindici anni, avevo trovato tra gli scogli un gabbiano con un’ala spezzata, riuscii a prenderlo senza farmi beccare e senza fargli male.
Decisi di portando a Lerici dove alla Pubblica Assistenza sapevo c’era uno della LIPU.
Emilio mi vide e mi accompagnò.
Per tutti quei due chilometri parlò nella sua lingua e il gabbiano a volte rispondeva, lo giuro, poi lui mi traduceva, non tutto però, alcune cose diceva fossero personali.
Ero affezionato ad Emilio, lo conoscevo da sempre, come tutti in paese, ma un episodio mi legava particolarmente a lui.
A dodici anni persi mio padre; al cimitero mentre si accingevano a seppellirlo quasi mi spaccavo dai pianti, decisero che sarebbe stato meglio non assistessi all’inumazione.
Tra i tanti presenti Emilio si fece avanti mi abbracciò e mi accompagnò fino a casa, senza dire una parola, solo camminandomi a fianco, stringendomi forte le spalle.
Credo che il mio cuore capì allora che al di là di quella faccia strana, di quell’aspetto bizzarro, c’era un’anima bella.
Poi ebbe un incidente, si ammalò, non si riprese mai del tutto, per essere accudito dovette andare a stare lontano.
Quando morì lo seppellirono nel camposanto di quel paese, ogni tanto qualche santerenzino lo andava a trovare e gli lasciava sulla tomba, una cartolina della passeggiata o del castello, una conchiglia, qualcuno lasciò una piccola chitarra.
L’altr’anno si venne a sapere che era scaduto il contratto cimiteriale e stavano per riesumarlo.
Si fece una colletta per acquisire un loculo, una lapide e tutto il resto; tutto San Terenzo partecipò e riuscimmo a riportarlo a casa.
Ci fu una breve cerimonia ed ora riposa nel suo paese, che amava e che, prendendolo a volte un po’ in giro, amava lui.
Sulla lapide c’è dipinto un gabbiano.

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