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Ultimo aggiornamento: Lunedì 02 Agosto - ore 16.33

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In ricordo di Achille

di Beppe Mecconi

Quisquilie e meraviglie
Mareggiata a San Terenzo

- Inverno, fine novembre, mentre in silenzio finalmente iniziava a piovere dalle nuvole color del piombo che avevano offuscato il sole per tutta la giornata gli capitò tra le mani e inizio a sfogliare con leggera malinconia il libro con tante foto e la copertina giallo senape che narra un pezzo della storia de “Le Briciole di Pane”, la compagnia teatrale che aveva diretto per molti anni, molti anni prima, e tra i tanti visi di gente andata via dalla sua vita uno lo commosse più degli altri, quello bello del suo amico Achille, il suo primo amico.
Quanto bene gli aveva voluto, e ancora gli voleva.
Le poche volte che saliva al cimitero a trovare i suoi andava sempre a chiacchierare un poco anche con lui. I primi tempi gli parlava con risentimento, usava parole aspre, di rimprovero, d’accusa, di biasimo, perché se n’era andato così presto, come se fosse stata colpa sua… e poi, con le lacrime agli occhi, si dava del cretino, dello stronzo, e gli chiedeva perdono.
Achille adorava vivere, una vita semplice magari, senza scosse, ma vivere, ridere.
Gli piaceva ridere, e scherzare, ed era grande nel raccontare storielle, sempre le stesse. Quella del polmone d’acciaio la raccontava da quando aveva i calzoni corti, e sempre gliela chiedevamo nelle cene tra amici.
Era bello Achille, alto, forte, capelli ricci (da qualche anno si stava un po’ stempiando), un bel naso da maschio, il sorriso aperto e contagioso. Aveva il viso e lo sguardo e il fare di uno del quale ci si può immediatamente fidare. Ed era buono come il pane.
Forse gli piaceva ridere perché aveva sofferto non poco da bambino.
Lui e Giosuè erano nati a distanza di pochi mesi nel solito quartiere, le mamme erano amiche; asilo dalle suore insieme, i giochi nel piazzale, le povere festine di compleanno, i castelli di sabbia sulla spiaggia, i tuffetti al mare, la prima elementare.
E poi la disgrazia.
Suo padre navigava, macchinista su un mercantile. Era bravo, affidabile, e non aveva nemmeno quarant’anni. La moglie ed Achille l’aspettavano per interminabili mesi prima che potesse sbarcare e tornare da loro per riposarsi un poco tra una chiamata e l’altra. E quelli erano i loro giorni felici.
Poi, una mattina di nebbia, con il sole che era un piccolo disco bianco latte in mezzo a un infinito nulla color cenere, dopo avere lasciato Rotterdam, dove la nave aveva vuotato le stive e caricato altra merce, un attacco di appendicite.
Il giovane comandante, nonostante il medico di bordo lo consigliasse di deviare un poco la rotta per avvicinarsi a Le Havre o a un qualsiasi altro possibile attracco lungo la rotta per farlo sbarcare e ricoverare in ospedale, decise di tirare dritto verso Livorno, destinazione del carico. Non voleva tardare neanche un’ora; doveva rispettare la tabella, “voleva” rispettarla, e farsi bello agli occhi dell’armatore.
Nei giorni successivi l’infiammazione portò alla lacerazione dell’appendice, si trasmise al peritoneo, lo perforò e si diffuse agli organi addominali. Morì la notte prima di arrivare a Livorno.
Quando Giosuè lo seppe dai genitori al ritorno da scuola – da due settimane avevano iniziato la seconda – provò un dolore mai sentito prima, e pianse il suo primo vero pianto. Iniziò a comprendere quel giorno le irreparabili assenze che procura la morte.
La mattina del funerale i suoi non lo fecero andare a scuola, lo vestirono bene e andarono in chiesa. Era gremita, San Terenzo si era in silenzio raccolto nella tragedia di quella famiglia. Nel transetto di destra c’erano tutti i compagni di Achille con i grembiuli neri e i fiocchi azzurri, il maestro Rolla, senza neppure chiedere al Direttore, aveva portato tutta la classe.
Lui non se ne accorse nemmeno, era pallido e aveva gli occhi rossi, guardava per terra, e a Giosuè sembrò più piccolo e più magro.
Poco tempo dopo sua mamma accettò l’offerta di un ente di assistenza ai marittimi e lo mandò in un collegio a Genova; aveva sette anni, tornava a casa solo per Natale, Pasqua e le vacanze estive.
Quando i due amici si rivedevano erano contenti; mangiavano pane olio e sale seduti sotto la gaggia e Giosuè gli raccontava degli amici, dei buffi fatti scolastici.
Achille rideva, ma c’era sempre come un velo grigio intorno a quelle risate, e non raccontava nulla delle giornate, settimane, mesi al collegio. Non ne parlò mai. Neanche da adulto.
Evitava l’argomento, e se per combinazione il discorso finiva lì il suo sguardo iniziava a vagare in cerca di approdi migliori. Solo una volta provò a descrivere l’edificio, ed era qualcosa di cupo e indistinto che a Giosuè rimase dentro e sempre, inconsciamente, associò a lui; una specie di antitesi al suo sorriso, una sorta di amaro completamento alla sua storia.
Rimase là dentro fino alla terza media, praticamente ci trascorse tutta l’infanzia; poi finalmente tornò a casa, si diplomò, diventò un bravo fornaio, si sposò ed ebbe un bel bambino, era quasi felice. Per qualche anno i due si videro poco. Altri orari, altre esperienze, ma ogni volta che si incrociavano era una gioia. Tornarono a frequentarsi assiduamente quando entrò nella filodrammatica che Giosuè dirigeva, era bravo, aveva tempi comici innati e straordinari. Si divertivano un mondo.
E poi si ammalò. Cominciò a sentire male dietro al collo, giù fino alla spalla, aveva paura; Giosuè cercava di persuaderlo (e ne era convinto) che quei dolori non erano nulla, belinate, di non fissarcisi. Invece lui aveva intuito subito cosa aveva. In poco tempo se ne andò, giovane come suo padre.
E la sua vita è stata come un fruscio, una brezza lieve che porta con sé profumi di cose buone, la fragranza del pane.

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