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Il sorriso di Dante

di Beppe Mecconi

Quisquilie e meraviglie
Dante Alighieri

- Trascrizione dal volgare di un brano della lettera scritta dal futuro Abate Rossellino da Serazzana al suo mentore don Pannartz nel dicembre del 1321, rinvenuta tra le pagine della editio princeps della Comedìa (stampata a Foligno nel 1472 da Johannes Numeister e Evangelista Mei) conservata negli archivi della biblioteca Sweynheym-Pannartz di Praga.

...Avevo allora appena compiuto il settimo anno di età, mia madre, Dio l’abbia in gloria, e la zia Bella portarono me e mia sorellina Lapa nella piazza della Calcandola per giocare un poco.
Erano i primi di ottobre del 1306 e la giornata, dopo quasi una settimana di pioggia, era serena e calda.
Forse per il cielo azzurro e quel tepore c’era parecchia gente in piazza; vocianti venditori ambulanti di cacio e verdure che tentavano di persuadere probabili acquirenti, giovani eleganti signori che provavano a far sorridere ragazze di buona famiglia e le loro accompagnatrici con sciocche facezie, anziani che al solito animatamente discutevano dei Bianchi e dei Neri, e bambini che giocavano chi a palla, chi a ruzzare con spade di legno sotto lo sguardo attento di parenti o famigli.
Per il mio compleanno avevo ricevuto in regalo un bellissimo cerchio nuovo nuovo e con Lapa ci divertivamo un mondo a farlo ruzzolare in lungo e in largo.
Oh tempi lieti e spensierati dell’infanzia che troppo poco dura, quando bastava un cerchio di legno e un bastoncino per farlo filare veloce, corrergli dietro, ed essere felice.
Ricordo che improvvisamente il vociare della piazza affievolì, mi fermai e guardai intorno. Quasi ogni attività s’era come congelata, tutti – tranne la piccola Lapa che con la sua veste azzurra continuava ad inseguire il cerchio – volgevano lo sguardo verso la via che conduce a Porta Parma.
Da lì stavano avanzando tre signori e due monaci, in seguito seppi che erano i marchesi Corradino e Moroello accompagnati dai due frati minori che avevano avviato le trattative per arrivare ad una pace duratura tra i Malaspina ed il Vescovo di Luni che da un quarto di secolo combattevano per i possedimenti attorno a Serazzana.
In mezzo a loro incedeva colui che sentii a bassa voce definire “il ghibellin fuggiasco” ed era proprio come lo descrive il Boccaccio: di mediocre statura, il volto lungo, il naso aquilino e gli occhi anzi grossi che piccioli, la mascella grande, il mento sporto in avanti, di colore bruno, e sempre nella faccia malinconico e pensoso.
Quel suo sguardo torvo e triste incuteva un rispettoso timore ma al contempo attirava lo sguardo.
Si diressero dove li stavano aspettando il notaio Giovanni di Parente Stupio, suo fratello Tommasino (li conoscevo perché frequentavano la casa di mio padre) e, poi si venne a sapere, Bartolomeo Tanaregia, un cavaliere lucchese.
Vidi, io come molti, che lessero dei fogli, aggiunsero una o due righe e poi firmarono la procura di quella che poco dopo, nel castello di Castelnuovo, il Vescovo Antonio Nuvolone da Camilla sottoscriverà decretando così la pace perpetua fra i due contendenti.
Dopo la firma, lì in piazza della Calcandola, tutti: Marchesi, notaio, frati e i testimoni, avevano sul volto un’aria contenta e soddisfatta, tutti; tranne colui sui quali gli sguardi della piazza intera si accentravano.
Ed ecco che il cerchio che Lapa aveva continuato imperterrita a far rotolare lo colpì, seguito da lei stessa che non riuscì a fermare in tempo la sua corsa precipitando sulle gambe del Poeta quasi facendolo cadere.
Mia madre e mia zia, vidi, istintivamente portarono le mani davanti alla bocca, e così molti altri dei presenti, uomini e donne.
Lui abbassò lo sguardo verso quel fagottino azzurro accartocciato vicino ai suoi piedi, lei lo guardò con gli occhi lucidi massaggiandosi un ginocchio, allora lui la prese sotto le braccia, la sollevò, le diede un bacio sulla guancia e sorrise.
E quello, credo, fu il primo e, temo, l’ultimo sorriso che illuminò un poco il suo malinconico volto dal giorno in cui gli venne imposto di non far più ritorno nelle vie e nelle piazze della sua bella città...


BEPPE MECCONI

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