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Favoletta per una Piazza, e Corazón

di Beppe Mecconi

Piazza Brin

- C’era una volta, proprio nel mezzo di una bella città di mare ricca di bei palazzi, musei e splendide ragazze; una piazza con tanti alberi, una chiesa, portici ed una fontana ottagonale con una magica, alta, colorata, scultura nel centro.
Si chiamava “Fontana delle Voci” e c’era chi giurava che, andandoci nelle notti senza luna, durante l’ora del lupo… «tra il buio più nero e l'alba, l’ora in cui le persone muoiono, quando il sonno è più profondo e gli incubi sono più reali, l'ora in cui gli insonni sono tormentati dalle loro più profonde paure, quando i fantasmi e i demoni sono più potenti, l'ora in cui i bambini nascono…» si potevano ascoltare, ovattate, come portate da un vento tiepido, le parole della gente che da lì era passata, lì aveva avuto sogni, lì aveva vissuto gioie e dolori, lì aveva visto scorrere e correr via la propria vita, e le speranze.
Quella piazza aveva un nome curioso, un nome che ricordava il suono del campanello di una vecchia bicicletta nera, di quelle belle, con i freni a bacchetta e la dinamo.
Brin, si chiamava; era stato il nome di un importante generale e ministro del Regno, ma, ahimè, nessuno ormai lo ricordava più e forse una voce, tra le mille e mille e mille della fontana, era la sua.
Quella piazza una volta era stata ricca di grida e giochi di bambini, gli innamorati si sedevano a guardarsi negli occhi sulle panchine tenendosi la mano, gli anziani discorrevano e si prendevano in giro in quel dialetto aspro non più ligure ma non ancora toscano mescolato agli altri cento provenienti da tutta Italia approdati lì durante la costruzione dell’Arsenale. Era, quella piazza, uno dei centri più vivi e vitali della spezzinità, intesa come amalgama di genti, un cuore colmo di sapori, di suoni, di culture.
Poi, come spesso succede, nel tempo le cose erano cambiate, i bimbi erano cresciuti, gli anziani se n’erano andati, molti innamorati avevano deciso di abitare altrove; così, la piazza e la fontana, poco alla volta, persero le voci. E un bel pezzetto di cuore.
Fino quando… al termine di uno strano inverno di mascherine senza l’allegria del carnevale, un saggio silenzioso, una giovane donna con un nome antico, tante ragazze e ragazzi con tanta voglia di fare con testa ed allegria, posero finalmente fine a quel silenzio dell’anima.
Tornarono le arti in quella piazza, tornarono le musiche e i colori.
Cento e cento artisti apparvero come i rondoni a primavera e la piazza ritrovò le voci, ritrovò un’anima, ritrovò il suo cuore perduto in parte; non quello di oltre cent’anni prima, no, era un cuoricino nuovissimo e potente, iridescente e caldo, grande come l’abbraccio di un vecchio amico, era un rosso, vermiglio Corazón.

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