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Ed arrivò il 2 giugno del 1946

di Beppe Mecconi

Quisquilie e meraviglie
Ed arrivò il 2 giugno del 1946

- Amina aveva attraversato incolume la guerra del ‘15 -‘18 e nell’inverno successivo, quando anche lei fu colpita dalla pandemia di influenza “spagnola” che fece 50 milioni di vittime in soli sei mesi, contro i 10 milioni della Grande Guerra, le caddero soltanto i capelli. In quei mesi teneva la testa calva nascosta sotto coloratissimi foulard che le avevano regalato quei suoi parenti emigrati a San Paolo del Brasile, e comunque, neppure un anno dopo la sua chioma era nuovamente folta e stretta in una bella treccia avvolta e fermata a ciuffo sulla nuca. L’avambraccio sinistro ferito nello scoppio della polveriera di Falconara del ’22 aveva inglobato quella scheggia di vetro che lei mai aveva voluto farsi togliere, forse per avere in corpo memoria di quella tragedia. Il braccio era rimasto gonfio, ma non le doleva quasi mai. Come a tanti la Seconda guerra mondiale le fece sperimentare la fame, quella nera, quella che strizza lo stomaco e non fa dormire.

Suo fratello Alcino s’era sbarcato e qualche soldo da parte lo avevano ma nei negozi dei dintorni non c’era nulla da comprare, e i nazifascisti, dopo avere fatto sfollare le case sul lungomare, costruito un bunker sotto al castello e un muro alla marina contro eventuali sbarchi degli alleati, avevano pure vietato di uscire in mare per la pesca.Così non c’erano nemmeno pesci da mangiare, e patelle e muscoli erano bell’e spariti dagli scogli già da un po’. Come aveva sentito dire dai suoi vecchi nei racconti intorno al focolare da bambina, non poche volte aveva spellato e messo a bollire e a ribollire delle ghiande finché, perdendo quasi tutto l’amaro, si potevano mangiare. Aveva sessantadue anni, era ancora molto bella e non aveva mai voluto sposarsi, quando fece sei viaggi a piedi fino alla pianura di Parma per scambiare un poco di farina, formaggi o salumi con il sale che otteneva facendo bollire acqua di mare dentro ai pentoloni sopra ai fuochi fatti sulla spiaggia.

Una volta sulla Cisa, sulla via del ritorno, s’era attardata per fare i suoi bisogni, i tedeschi la sorpresero e le portarono via tutto; non la violentarono solo perché si sentirono degli spari in lontananza, ma le avevano già strappato la maglia rivelando il seno ancora florido che mai nessuno aveva accarezzato mentre lei, muta, fissava dritto negli occhi quel sergente dalla faccia butterata. Un’altra volta la fermarono dei giovanissimi partigiani sbandati che cercavano di riunirsi alla loro brigata e fecero a mezzo di tutto quello che c’era sul carretto. In un altro viaggio in gruppo, ché non conveniva andare soli, era ormai buio e qualche scimunito aveva acceso una lucerna: sentirono il tipico ronzio di “Pippo”, l’aereo misterioso, che, avendo notato subito quella fievole luce, si mise a mitragliare uccidendo sul colpo due ragazze di Aulla.

Durante i rastrellamenti del ‘44, insieme a suo fratello, diede per tre volte rifugio, nel piccolo appartamento che le avevano assegnato in uno dei palazzi costruiti dopo l’esplosione di Falconara – dato che il loro era andato completamente distrutto –, ad alcuni partigiani: quelli che stampavano documenti clandestini nella tipografia nascosta dentro la cisterna di una villa abbandonata nel bosco a metà collina. In una di quelle occasioni fece pure da staffetta andando in bicicletta fino a Sarzana superando quattro posti di blocco con la scusa vera di una parente in ospedale, ma portando volantini e giornali infilati nelle calze e legati stretti con lo spago a tutte e due le cosce. Non prese mai la tessera del Pci, benché suo fratello gliel’avesse proposta varie volte, non le interessava la politica dei partiti, le interessava la giustizia. Fu sempre accanita sostenitrice dei diritti degli sfruttati e delle donne. Si infuriava veramente, arrivava a fare paura, quando qualcuno sosteneva che le donne: “Era meglio che pensassero a far figli, altro che diritto al voto…”.

A fine maggio del ‘46, ad un comizio alla marina del neopartito “Fronte dell’Uomo Qualunque”, salì sul palchetto e diede uno schiaffo a un giovanotto che con fare da pagliaccio sbeffeggiava la Resistenza. Il 2 giugno provò vera soddisfazione quando per la prima volta, come altre tredici milioni di donne italiane, introdusse la sua scheda elettorale nell’urna votando per il referendum tra Repubblica e Monarchia; il primo a suffragio universale. Nel suo paesino il Re arrivò a stento al 23%.

Beppe Mecconi

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