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Di elefanti e rinoceronti

di Beppe Mecconi

quisquilie e meraviglie
Nuvole

- Erano sdraiati sotto una tamerice e il sole era prossimo al tramonto. Il vecchio aveva le mani incrociate dietro la nuca, gli occhi chiusi e un lungo filo d’erba gli usciva dall’angolo della bocca; si godeva lil tepore che finalmente stava riscaldando un poco l’aria di quel maggio insolitamente piovoso.
La ragazzina – sua nipote, che stava trascorrendo da lui il ponte del 2 giugno – era sdraiata al suo fianco.
Sotto la massa di capelli biondi e disordinati, praticamente un roveto dove beccafichi e topolini di campagna avrebbero costruito con piacere il loro nido, gli occhi erano spalancati a osservare le nuvole bianche. Si divertiva a scoprirci forme.
Diede una gomitata al vecchio: «Guarda!» disse «Un elefante».
Aprì gli occhi; per qualche istante non vide nulla, la luce lo abbagliava. Poi, dopo il rosa cipria dei primi fiorellini sui rami e l’azzurro del cielo mise a fuoco le nuvole. E c’era davvero un elefante bianco che si stagliava imponente e nitido.
«Abul Abbas… Il dono più bello.»
«Cosa?» Chiese la ragazzina. Il vecchio, senza staccare lo sguardo dalle nuvole, disse: «Non hai mai sentito parlare di Abul Abbas? L’elefante bianco?» Lei sollevò le spalle.
«Ma cosa vi insegnano a scuola…?! È una storia, di tanto tempo fa, te la racconto?»
Non rispose, si sdraiò sulla pancia, appoggiò il mento sulle mani e gli puntò gli occhi addosso. «Sbarcò a Porto Venere, quel paesino che sembra una freccia, laggiù in fondo, uno di questi giorni ci andiamo».
Tolse il filo d’erba dalla bocca e con quello indicò l’orizzonte sotto l’elefante che il vento cominciava a trasformare: «Più di 1200 anni fa. Era un dono che il Califfo di Baghdad fece a Carlo Magno, l’Imperatore. Gli inviava anche molti altri doni, ma quell’elefante bianco divenne immediatamente il suo preferito.
Lo portarono su, in Germania, facendogli attraversare le Alpi in un percorso contrario a quello fatto dagli elefanti di Annibale, e Carlo ne fece il suo vanto. Del resto era dall’epoca dei romani che non si vedeva un elefante in Europa, e questo, per di più, era bianco.
Gli piaceva da morire mostrarlo ai suoi ospiti, ma non alle dame, per via della proboscide considerata indecente. No! Non te lo spiego il perché.» Disse prevenendo la domanda.
«Lo usò anche in una battaglia. Purtroppo, neanche dieci anni dopo, Abul Abbas morì di polmonite, l’aveva presa quando gli fecero attraversare un fiume gelido, lassù al nord, così distante da casa».
Lei rimase un poco in silenzio, spostò lo sguardo al cielo per vedere se l’elefante fosse ancora là, ma non c’era più.
«Bella storia» disse «Un po’ triste… Ne sai altre sugli elefanti?»
«Ne so molte, adoro gli elefanti, sai che portano fortuna? Un mio amico aveva centinaia di statuine di elefanti, se le faceva portare da ogni dove. Poi ha avuto un incidente… Forse non portano così fortuna.» «Va beh, dai, racconta.» «Preferisco raccontartene una che riguarda un rinoceronte.» «Bello! Dai».
Il sole ormai basso sull’orizzonte stava iniziando a colorare di arancio e di rosa scuro le nuvole sopra le due isole. Strinse gli occhi per metterle a fuoco. «Tempo fa, come hai sentito, i potenti del mondo, per mantenere buoni rapporti tra loro, facevano a gara per farsi regali preziosi e originali, e ci fu un periodo che donare animali esotici era, diciamo, di moda.
Una volta il Re del Portogallo regalò al Papa un elefante, Annone si chiamava, l’elefante non il Papa, era il 1500 e il Papa si chiamava Leone X, credo.» «Che buffo, un elefante in dono a un leone!» «Vero. Non ci avevo mai pensato… Sembra fosse molto intelligente, divenne il beniamino di tutta Roma, ancora oggi ci sono molte sue statue in giro per la città. Addirittura Raffaello ed altri straordinari artisti lo rappresentarono in disegni e dipinti.» «Sì, ma il rinoceronte?» La guardò, gli piaceva la sua impazienza.
«L’anno dopo il Re del Portogallo volle inviare al Papa un altro straordinario regalo, un animale che mai prima d’allora aveva calpestato altre terre se non d’Asia o d’Africa.» «Il rinoceronte.» «Sì. Nessuno in Europa l’aveva mai visto, molti pensavano fosse una creatura leggendaria della quale parlavano soltanto antichi testi, qualche missionario e i marinai più ubriachi.
Dall’India era arrivato a Lisbona sopra un veliero e da lì, costeggiando Spagna, Francia e tutta la Liguria giunse anche lui a Porto Venere».
«Ma dai?! Come Abul Abbas.».
«Si, ma in maniera, povero lui, totalmente diversa.
La nave, per una tempesta, naufragò poco prima di entrare in porto e lui, essendo incatenato, andò a fondo e annegò. Però, nonostante questa brutta fine, divenne comunque leggendario perché Dürer, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, ne ricevette la descrizione da un amico che l’aveva visto a Lisbona e da quelle righe realizzò una delle più belle incisioni di tutta la storia dell’arte».
La ragazzina lo guardava silenziosa, poi disse: «Pensi che al rinoceronte importasse diventare famoso per una incisione? Io credo di no. E poi… che fine scema, poverino. Penso che sarebbe stato più felice se non l’avessero mai catturato». Il vecchio sorrise.
«Hai ragione. Dai, sta rinfrescando, rientriamo.» Si alzarono ed iniziarono a scendere piano il sentiero che portava a casa.
Il cielo laggiù sul mare, dove il sole stava iniziando a nascondersi dietro all’isola più grande, stava dando vita ad un’esagerata fantasmagoria di colori.
Di elefanti e rinoceronti non rimaneva più traccia.

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