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Da Tellaro a Parma, per farina coi carretti

di Beppe Mecconi

Quisquilie e meraviglie
La marina del Tellaro

- Mi chiamo Angelica e allora avevo vent'anni, ora ne ho ottantasei ma negli occhi ho tutto come allora, di quando avevamo la tessera annonaria perché il mangiare era razionato e c’era carestia. E quando ricordo a volte mi viene da sorridere, perché ero giovane, perché erano le mie avventure di ragazza. Perché oltre alla fatica, alla paura e all'orrore dei morti, c'era anche divertimento in quei viaggi, a volte si rideva; e poi c'era l'incanto di quando trovavo delle belle mele, un grappolo d’uva, un po’ di miele… ho sempre trovato bello il cibo, oltre che buono. Noi a Tellaro non siamo stati poi tanto male perché avevamo l'olio e allora se ne faceva tanto; è vero che c’era l'ammasso e si doveva dichiararlo, ma i frantoiani ne denunciavano meno così noi si partiva e si cambiava l’olio con altre cose e grazie all’olio fame non ne abbiamo fatta poi tanta.

Facevamo anche il sale facendo bollire l’acqua del mare dentro ai pentoloni, e pure quello si portava negli altri paesi e si scambiava con le patate e la farina o si vendeva per soldi. La paura era tanta, mitragliamenti, paesi bombardati, morti per le strade, ma quando tornavo a casa con quel ben di Dio era una festa, e dopo pochi giorni ripartivo.
Nel 1944, quando eravamo occupati dai tedeschi, non c'era abbastanza da mangiare. È vero che avevamo la tessera annonaria ma quello che ci davano era sempre poco; ad esempio un etto e mezzo di pane (che ora non lo mangiamo neanche, perché c'è di tutto, ma allora era poco) e allora prendevo la via di Parma e anche posti più lontani dove si trovava il grano, la farina e tante altre cose, come il formaggio, le patate e la salsa.

Il viaggio si faceva quasi sempre a piedi spingendo un carretto. Le scarpe erano di corda e di tela, all'andata si consumava il tacco e al ritorno la suola. Il primo giorno si arrivava a Montelungo, dopo Pontremoli. Si dormiva nelle stalle, sulla paglia o su quello che capitava, una volta ho dormito sui lastroni di un porticato. Il secondo giorno si passava la notte a Fornovo e il terzo si guadava il Taro dirigendosi verso Fidenza e Fiorenzuola. Qui si cominciava a girare per le fattorie per trovare quello che eravamo andati a cercare. I contadini, con noi che venivamo dal mare erano carini, ci davano da dormire e al mattino una bella tazza di caffelatte. Quando avevamo finito di fare gli scambi si ripartiva per il viaggio di ritorno e non era certo una facile impresa perché c’era da spingere il carretto, ripararsi dove si poteva quando suonava l'allarme dei bombardamenti e in più il terrore che ai posti di blocco ti prendevano la roba.

Per arrivare in cima alla Cisa si prendevano i buoi a nolo, 100 lire ad ogni salita, che erano tre. Si arrivava a casa stanchi morti, ma quando ci andava bene avevamo la soddisfazione di avere dei bei sacchi di farina, pasta e salsa, qualche volta si trovava anche lo zucchero. Una volta io, la mia amica Miranda e un uomo che di soprannome lo chiamavano Neguse, che era militare in servizio a Tellaro e dopo l’8 settembre era rimasto lì con la famiglia, ci avviamo a piedi verso Guastalla, che lui c’era già stato e conosceva una famiglia. Era una vedova con due figli grandi e affittava qualche camera in cambio di un po’ d’olio. Per me e la Miranda mise due materassi di foglie di granone in cucina. Ci siamo stati tre giorni e ha anche ammazzato una bella e buona oca, grossa che ne abbiamo avuto per tutti i pasti che siamo stati lì.

Di giorno si girava e questa signora ci indicava i cascinali dove potevamo trovare qualcosa. Un giorno siamo stati a setacciare la farina perché aveva la crusca e ne abbiamo fatti tre sacchi, uno per uno. Una sera, dopo mangiato, siamo andati a trinciare il tabacco, ne abbiamo fatti dieci chili, tre per me, tre per quel Neguse e la Miranda, più furba, se n’è presi quattro; poi a Tellaro lo abbiamo venduto a etti perché anche i sigari e le sigarette erano razionati. Quella volta, per il ritorno, avevamo il problema di trovare il carretto, perché eravamo partiti senza. La Miranda ne ha comprato uno, che poi ci è servito altre volte. Dove eravamo andati a caricare la farina la Miranda ha visto su un attaccapanni un tabarro, siccome faceva freddo me lo fece prendere per coprirci la notte, lei ha fatto la guardia e io svelta svelta l'ho infilato sotto i sacchi. Ero tutta rossa della vergogna, ma poi quel mantello è servito anche per fare il vestito della prima Comunione a mio nipotino, perché c’era carestia anche di stoffa.

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