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Avevano vent'anni

di Beppe Mecconi

Quisquilie e meraviglie
Avevano vent'anni

- Mi chiamo Sauro, ho 98 anni.
Per un periodo della mia vita, tra la fine del 1943 e l’inizio del ‘44, fui soldato della Decima Mas, poi il mio cuore comprese da che parte doveva stare. A farmi definitivamente cambiare colore furono gli eventi che accaddero, e vidi, verso la fine di quell’inverno. Ecco cosa avvenne: la mattina del 12 marzo del 1944 una squadra di partigiani al comando di Mario Betti aveva assaltato la stazione ferroviaria di Valmozzola, tra Borgo Taro e Fornovo. L’obiettivo
dell’operazione era fermare il diretto n. 2340 proveniente da Spezia e liberare tre renitenti alla leva che erano stati catturati e destinati ad essere processati dal tribunale militare di Parma. Gli uomini del Betti riuscirono a bloccare il treno, salirono a bordo e liberarono i prigionieri intimando la resa ai militari e ai fascisti presenti, i quali però reagirono; nello scontro perse la vita il comandante partigiano e quattro militi fascisti, tra i quali due sottotenenti della X Mas. Immediatamente scattò la rappresaglia.

Intanto, un mese prima, quando ancora nella zona dello Spezzino non era frequente la presenza di formazioni partigiane, Angelo Trogu, di San Terenzo, e Nino Gerini, di Lerici, decisero di unirsi ad una piccola banda formata da una dozzina di italiani, quasi tutti giovanissimi come loro, e da tre russi. Volevano combattere il nazifascismo. Salutarono le famiglie e, con le lacrime agli occhi ma risoluti, salirono in montagna dove trovarono rifugio in un vecchio seccatoio sul monte Barca, nel comune di Bagnone. Purtroppo, proprio lì, furono sorpresi, due settimane dopo, da un plotone del battaglion San Marco della Repubblica Sociale, lo stato fantoccio della Germania nazista nato dopo l'armistizio. Era il 14 marzo e non avevano ancora partecipato a nessuna azione, tanto meno a quella di Valmozzola.

Non si arresero, benché in evidente inferiorità numerica, come gli era stato intimato e nel combattimento caddero uno dei russi e due italiani, gli altri, giovani, inesperti, impauriti, vennero catturati. Li portarono prima a Pontremoli, poi a Bagnone, a Migliarina e infine di nuovo a Pontremoli dove subirono brutali interrogatori e torture disumane nella soffitta del Liceo. Quelle tragiche ore furono condivise dai sacerdoti del Seminario che visitarono i nove innocenti condannati a morte; già, perché neppure l’intervento del vescovo era servito a salvarli. Uno di quei preti fissò in un diario le parole scambiate coi ragazzi esaltandone la moralità, il coraggio, la serena naturalezza, l’affettuosa umanità, lo sguardo buono e profondo, la silenziosa tristezza...

Il 17 vennero prelevati e portati alla stazione di Valmozzola, lì, in un campo detto “delle fiere”, vennero fucilati dai militi del battaglione “Lupo” della Decima. Angelo aveva 20 anni, Nino 18. Ma questa triste triste storia non finì lì. Nel dopo guerra andai a trovare la madre di Angelo che, dopo aver tanto penato per avere i resti del suo ragazzo, mi raccontò che il 14 aprile riuscirono infine a celebrare i funerali a San Terenzo. La chiesa e la piazzetta lì davanti erano gremite. Dietro il furgone che portava la bara c’era un camion della X Mas e puntarono le armi verso la popolazione. Nessuno si allontanò e gli amici di Angelo presero la cassa e la portarono a spalla. Dal camion scattarono delle foto per poter riconoscere chi aveva partecipato al funerale e lei, la madre, fu denunciata come sobillatrice antifascista.

E i fratelli di Nino, che avevano avuto modo di vederlo prima dell’esecuzione, mi dissero che rifiutò ostinatamente di cantare “Giovinezza”, per quel motivo, credo, subì quel che subì. Dopo la fucilazione, a corpo ancora caldo, profanarono il suo corpo in maniera che non posso riportare per non turbarvi il sonno, e, scusate, ma non riesco ad andare avanti…

Beppe Mecconi

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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