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La signora senza nome, il comandante, la madre

di Giorgio Pagano

La Spezia, 25 aprile 1945: la Brigata Centocroci in piazza Verdi

- LA SIGNORA SENZA NOME

Il bus è affollato: turisti con zaini e bastoni pronti a partire da Sarzana per la via Francigena, bagnanti con zainetti e ombrellini, bambini indomabili con secchielli e palette.
C’è un posto libero. Incredibile.
“Se non le dispiace passerei per levarmi di torno”.
Sposta la borsa e un po’ traballando mi siedo accanto a lei.
In quel momento arriva, facendosi spazio nella ressa, il controllore.
Alziamo, sventolandolo, il nostro abbonamento.
Più che altro si fida, da lontano, senza guardare il documento di identità.
“Noi anziani siamo affidabili, vero?”
Sorridono entrambi.
Poi la signora mi dice: “Sa che una volta sono uscita di casa solo col carrello della spesa e ho dimenticato la borsa e sa quando me ne sono accorta? Quando è passato il controllore. Una figura da ladra. Mi hanno fatto scendere, poi quando hanno capito quello che mi era capitato e controllato in centrale il pagamento effettuato, mi hanno lasciata andare, pagandomi il biglietto per rientrare a casa, non so come avrei potuto fare altrimenti, ero già a qualche chilometro da casa e le gambe non sono più quelle di una volta. Ormai vado per gli ottanta.”
Mi guarda dritta negli occhi, mentre mi svela la sua età.
Due occhi chiarissimi, celesti, quasi trasparenti, due lame taglienti e vivide.
“Io scendo a ...”
“Anch’io, alla fermata prima della Cooperativa, così non dobbiamo scomodarci in questa calca”.
“Ma non sono di qui, vengo da un paesino in provincia di Reggio Emilia”.
“Io amo la cucina emiliana, così ricca e succulenta”.
“Ah, il brodo come lo facciamo noi ...! “e mi elenca un numero infinito di ingredienti.
“E i tortelli?”
“Praticamente ogni paese ha la propria ricetta, piuttosto che niente, durante la guerra, per le ricorrenze e non avendo altro si facevano con il solo parmigiano, quando si trovava.
Noi avevamo qualche gallina, conigli, un po’ d’orto, insomma si viveva meglio che in tanti altri posti. Fino alle rappresaglie.
Sa che io ho fatto la staffetta inconsapevole?
Tutti i giorni portavo a mio zio un cestino con le uova, formaggio, a volte pane, un po’ di verdure, appoggiate su un telo e pezzetti di carta che io non sapevo leggere.
Lo zio era sempre nascosto e sentivo delle voci di uomini, ma in paese uomini non ce n’erano più.
Un giorno mia mamma venne al mio letto, detto tra noi un pagliericcio di foglie secche di granoturco, e mi disse: “Dai un bacio a mamma, devo allontanarmi, abbraccia tuo fratellino forte, fingi di dormire qualsiasi cosa accada”.
Entrarono cercando uomini e donne e non ci considerarono nemmeno.
Mio zio venne bruciato vivo.
Questo per i giovani è fantascienza e sono passati solo decenni.”
“È la nostra!, rischiamo di rimanere sul bus!”
Scendiamo velocemente, io giro a destra, lei a sinistra.
Non so neppure come si chiami.

***

Un anno fa, il 25 aprile 2020, scrissi su Città della Spezia l’articolo “Umberto, Carmen e quella grande voglia di libertà”. Una lettrice, Nadia Perotti, mi inviò, lo stesso giorno, un’email: “Ho letto il suo articolo e non so perché mi è saltato in mente di inviarle un piccolo racconto di guerra e di inconsapevole eroina. Approfitto della sua disponibilità ad ascoltare i suoi vecchi cittadini...”. E mi allegò il bel racconto che avete appena letto. Risposi a Nadia dicendo che l’avrei pubblicato su Città della Spezia “il prossimo 25 aprile”. Ho mantenuto la promessa. L’ho fatto perché è un testo che racconta la Storia: c’era una parte che fu costretta alla guerra perché l’altra parte aveva un esercito con cui voleva sottomettere e distruggere il mondo con la violenza e la dittatura. La parte che voleva la libertà aveva una componente attiva che era una minoranza, ma aveva dietro di sé la maggioranza: operai, contadini, intellettuali, donne, sacerdoti, ragazzi, che sostennero e protessero la minoranza in armi. C’è chi dice che la Resistenza fu una tragedia. Ma la vera tragedia per l’Italia era nata da una dittatura, che aveva trascinato il Paese in una guerra che quasi nessuno sentiva. Persa la guerra, gli italiani avrebbero potuto affidarsi soltanto alle armi alleate. Ma le conseguenze morali e politiche sarebbero state catastrofiche. Se nessuno avesse reagito contro i nazisti e i fascisti che Italia avremmo avuto e avremmo oggi? E’ per questo che la nostra identità nazionale non può essere che antifascista. Il testo, inoltre, racconta la Storia perché spiega che tanti -anche “l’inconsapevole eroina”- fecero la propria parte.

IL COMANDANTE

Domenica scorsa ho scritto di alcuni protagonisti della Resistenza delle bande armate: Paolino Ranieri “Andrea”, Dante Castellucci “Facio”, Rudolf Jacobs. A Jacobs ho dedicato anche l’articolo “Rudolf Jacobs partigiano e disertore, simbolo dell’Europa dei popoli” (su www.micromega.net, 24 aprile 2021). Oggi scriverò della Medaglia d’oro Piero Borrotzu, nel centenario della nascita. Stamani, alle 11, parteciperò all’incontro a lui dedicato nella sua Nuoro, in diretta streaming sul gruppo Facebook ISTASAC Nuoro e su nuoroapp web.nuoroapp.it/convegni. Non si può non rimanere affascinati dalla sua figura. Il “Tenente Piero” aveva tutte le doti per essere definito un vero capo partigiano: la dedizione alla causa; il contegno irreprensibile verso i civili e gli uomini da lui comandati; il carisma, tant’è che un tedesco, Hans di Colonia, disertò per combattere con lui (e si suicidò prima di essere catturato, il 26 marzo 1944); la generosità e la lealtà, forse troppa, verso il nemico: lo studioso Giulio Mongatti ha scritto, sulla base di testimonianze raccolte, che ai “fascisti catturati a Castello di Carro non torse un capello, e persino rimborsò a uno mille lire, che asseriva essergli state sottratte”.
Dopo l’8 settembre Borrotzu raggiunse il paese natale della madre, Vezzano Ligure, dove conobbe il colonnello Giulio Bottari, fondatore del primo gruppo di Giustizia e Libertà nella nostra provincia, insediato a Torpiana di Zignago. Con lui c’erano altri due sardi: Franco Coni, anch’egli protagonista -fino alla Liberazione- della Resistenza spezzina, di cui scriverò in futuro nella rubrica, e Antonio Mereu, che, presto individuato dai nazifascisti, passò in Emilia Romagna (divenne comandante di compagnia della 36° Brigata Garibaldi e morì combattendo il 12 ottobre 1944). Tutti e tre indomiti ribelli, entusiasti e difficili da tenere a freno.
L’attività partigiana del “Tenente Piero”, comandante della Brigata d’assalto Lunigiana, durò pochi mesi: dal febbraio al 5 aprile 1944, quando fu fucilato dai nazifascisti (c’era anche quella volta la famigerata Decima Mas, non dimentichiamolo mai). La storia del suo sacrificio, che salvò dal rastrellamento la popolazione di Chiusola di Sesta Godano, è raccontata nell’articolo di questa rubrica “Il Tenente Piero e le filandine Elvira e Dora” (4 maggio 2014) e nel libro “Sebben che siamo donne”, che raccoglie la testimonianza di una bambina di nove anni figlia di un amico che lo ospitava. Giovanna Rampini, nascosta, ricorda tutto: la fucilazione e il suo grido “Viva l’Italia”. Ad accompagnarlo a Chiusola fu, anche quella sera, l’ultimo pastore del Gottero (si veda l’articolo “Guido, l’ultimo pastore”, nella rubrica di questo giornale “Diario dalle Terre Alte”, 20 settembre 2020).

LA MADRE

Dopo aver cominciato l’articolo con un’eroina, è giusto concluderlo con un’altra eroina. Avrei potuto scegliere una partigiana in armi, o una staffetta. Ho scelto una madre. La Resistenza fu un fatto morale, non solo militare. La madre non ha uno spazio minore del partigiano armato. L’istinto materno fu la molla, per molte, per la partecipazione consapevole alla lotta. E’ vero, questo ruolo materno delle donne, soprattutto delle donne contadine, era “tradizionale”. Ma è anche vero che essere madri era l’unico modo concesso a quelle donne di mostrarsi più forti dell’uomo. Leggiamo un brano tratto dal libro “La strada era tortuosa”, scritto da don Luigi Canessa, cappellano della Brigata Centocroci. Don Canessa ne diede una copia con dedica, il 6 dicembre 1951, a Nello Quartieri, il comandante “Italiano” del Battaglione Picelli. “Italiano” mi diede il libro prima di andarsene. Anche per questo per me è assai prezioso. Erano i giorni del terribile, immenso rastrellamento del 20 gennaio 1945: la neve, l’inverno più freddo del secolo, l’imponenza del nemico. Il partigiano Bernardo Traversaro “Rum”, di Rapallo, era rimasto gravemente ferito in un assalto precedente:
“Quella sera doveva cominciare la più dura, la più disastrosa marcia di tutta la compagnia: il passaggio del monte Gottero, salire a milleseicentocinquanta metri e farci una strada nella neve alta oltre un metro! Al tramonto si iniziò la dolorosa marcia. La madre seguiva il figlio portato in lettiga dagli infermieri. A Porciorasco, nel caos di quell’ora tragica, questa eroica madre comprese il pericolo: non si poteva proseguire così. Si fermò al paese sempre a fianco del figlio decisa a seguirne la sorte: cattura e fucilazione.
Nella notte Porciorasco fu invaso e tra nutrite sparatorie, durate fino all’alba, furono frugati ogni casa, ogni angolo, ogni buco. Non furono scoperti. Attraverso una dolorosa odissea, in molti giorni di marcia, se lo portò a casa attraversando le strade della riviera piene di nazifascisti. Un medico nascostamente lo curò.
Oggi sulle pareti del santuario mariano di Monte Allegro pende un voto: riconoscenza di un figlio e di una madre eroica”.

Post scriptum: altre storie di Resistenza armata e di Resistenza civile sono raccontate nel numero speciale dedicato al 25 aprile della newsletter della Voce del Circolo Pertini, leggibile su www.associazioneculturalemediterraneo.com

Buon 25 aprile a tutte e a tutti




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Chiusola di Sesta Godano, monumento a Piero Borrotzu (2014) Giorgio Pagano


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