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L'avrai, camerata Almirante

di Giorgio Pagano

Luci della città
Roma, Giuseppe Cargioli "Sgancia" e Luigi Fiori "Fra Diavolo" alla manifestazione “La via maestra”,12 ottobre 2013 (2013) (foto Giorgio Pagano)

- Ho già raccontato, in questa rubrica, la storia del “processo Almirante” che vide protagonisti, dal 1971 al 1978, Giorgio Almirante, allora Segretario nazionale del MSI, e il giornalista spezzino Carlo Ricchini, allora Direttore responsabile de “L’Unità” (“La storia del giornalista spezzino che smascherò il fucilatore”, 9 febbraio 2020). Nei mesi successivi Ricchini l’ha pubblicata nel bel libro “L’avrai, camerata Almirante”, con sottotitolo “la via che pretendi da noi italiani”. Il “manifesto della morte”, firmato Almirante, comparve nel Grossetano nella primavera del 1944. Riportava parti di un decreto legge della Repubblica sociale italiana (i fascisti alleati degli invasori tedeschi) rivolto ai giovani e ai militari che erano andati sui monti a formare le prime bande partigiane dopo il “tutti a casa” dell’8 settembre 1943: chi non avesse obbedito, consegnandosi a fascisti e tedeschi, se catturato, sarebbe stato fucilato alla schiena. Almirante, già noto come giornalista fascista sostenitore delle leggi razziali contro gli ebrei, firmò il manifesto nella veste di capo di gabinetto del Ministro della Cultura popolare Ferdinando Mezzasoma. Il Segretario del MSI reagì querelando “L’Unità” e “il manifesto”, che avevano pubblicato il documento: voleva difendere la sua nuova divisa del “doppiopetto blu”. Ci vollero ben due interventi della Corte di Cassazione ma, dopo sette anni, il capo del neofascismo fu smascherato. Il libro è la cronaca avvincente della vicenda giudiziaria, ma contiene anche altro. Ricostruisce una strage impunita, avvenuta nel Grossetano nel giugno 1944 dopo la pubblicazione del manifesto della Rsi: quella della Niccioleta, 83 minatori falciati con i mitragliatori dai tedeschi e dai fascisti (un documentario sulla strage fu girato dal regista lericino Luigi Faccini nel 1997). Ricchini racconta inoltre che nella zona, a Monte Bottigli, c’erano non solo i giovani che erano diventati partigiani, ma anche undici ragazzi chiamati dalla gente del luogo “pacifisti”, che non volevano sparare e uccidere. Li capeggiava Mario Becucci, soprannominato “lo spezzino” per il suo luogo di nascita. I fascisti fecero una mattanza, in quella occasione i tedeschi si tennero in disparte. “Abbiamo ucciso undici agnelli”, gridò tra le risate uno degli assassini. Il libro è quindi anche un monito contro la scarsa memoria e contro i nuovi fascismi. Ricchini vede che in molti Comuni italiani c’è chi vuole intitolare vie e piazze ad Almirante, e ricorda che anche il generale delle SS Kesserling voleva una lapide, in ricordo duraturo per le sue carneficine. E risponde (parafrasando) con le parole iniziali dettate da Piero Calamandrei per il monumento al partigiano: “La avrai camerata Almirante la via che pretendi da noi italiani…”.
***
Il libro di Ricchini ci spiega che non siamo tutti uguali. E che non lo eravamo neppure allora. Come ha ricordato il Presidente del Consiglio, “non tutti fummo brava gente”. Si dice: ma anche i partigiani furono “violenti”. Ma le cifre della violenza nazifascista sono agghiaccianti, senza paragoni con il passato: 5.862 eccidi, 24.384 vittime, delle quali il 53% civili. Fu una violenza brutale esercitata non solo perché esistevano i partigiani, ma perché l’unica legge da applicare era, per i nazifascisti, quella della sopraffazione. La violenza dei partigiani fu una scelta drammatica: impugnare le armi voleva dire entrare in una terra di nessuno dove si andava solo per uccidere o farsi uccidere. Un gesto estremo, a cui dobbiamo il riscatto dell’Italia e la Costituzione.
Oggi la questione è molto diversa. Ma è sempre una questione di scelta: il dovere di schierarsi dalla parte della libertà. Certamente la Resistenza non fu solo una resistenza, ma anche un attacco: “una iniziativa, una innovazione ideale, non un tentativo di conservare qualcosa”, come scrisse Enzo Enriques Agnoletti nella prefazione a “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana”. E l’antifascismo oggi, come allora, deve guardare al futuro. Ma la parola resistenza è importante: ci dice che nulla è conquistato per sempre, perché tutto può disperdersi.
Soprattutto nei momenti di sfiducia, di crisi della coesione sociale, come quelli che stiamo vivendo, il fascismo può sembrare una via di fuga, di salvezza. Si combatte il fascismo combattendo le forme di oppressione che sono alla radice della sfiducia e della crisi di coesione sociale. Unendo l’iniziativa di attacco, di futuro, con quella di resistenza, di difesa dei valori. Riconoscendo che il nostro Paese non ha saputo dar vita a una rielaborazione critica del fascismo: l’ha rimosso. Ma ciò che è rimosso può riemergere. Un partigiano azionista, Emanuele Artom, prima di essere ucciso e torturato nel 1944, scrisse nel suo Diario:
“Il fascismo non è una tegola cadutaci per caso sulla testa: è un effetto della a-politicità e quindi della immoralità del popolo italiano. Se non ci facciamo una coscienza politica non sapremo governarci e un popolo che non sa governarsi cade necessariamente sotto il dominio straniero o sotto una dittatura”.
Occupiamoci di politica, non lasciamola ai politicanti e ai tecnocrati. Occuparsi di politica significa occuparsi delle condizioni di vita, della nostra dignità di persone. 

Post scriptum: le foto di oggi sono dedicate alla Resistenza della mia Lerici. In alto vedete la Sezione ANPI di Lerici che sfila a Roma il 12 ottobre 2013 a difesa della Costituzione: con noi c’erano due compagni e amici partigiani che mi mancano tanto, Giuseppe Cargioli “Sgancia” e Luigi Fiori “Fra Diavolo” (il primo e il terzo da sinistra). In basso vedete un affresco di Villa Volpara, detta “Il Fodo”, alla Rocchetta di Lerici. “Il Fodo” ospitò dal novembre 1943 al settembre 1944 la tipografia clandestina del PCI e del CLN, costruita dai lericini Tommaso Lupi, Argilio Bertella, Alfredo Ghidoni, Armando Isoppo e Anselmo Corsini. Penso spesso a loro: che cosa penseranno, lassù, della scomparsa della sinistra? Innanzitutto una cosa molto semplice: che non bisogna arrendersi mai, come fecero loro per tutta la vita. Le battaglie non vanno mai date per perse. Non servono le armi, come ai loro tempi, ma le idee e i comportamenti.

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Lerici, la villa "Il Fodo" alla Rocchetta (2021) (foto Giorgio Pagano)


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