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John Lennon, il dolore e la speranza

di Giorgio Pagano

New York, Central Park, Strawberry Fields Memorial (2007)

- Negli anni Ottanta, in un’intervista, mi chiesero quali fossero le personalità che più avevano influito sulla mia formazione. Risposi, senza pensarci troppo, “Pier Paolo Pasolini e John Lennon”. Erano scomparsi entrambi prematuramente e da poco -Pasolini nel 1975, Lennon l’8 dicembre 1980, giusto quarant’anni fa- e questo poté forse pesare nella risposta: chi non muore di vecchiaia, tanto più se muore tragicamente, può aspirare a un biglietto per l’eternità. Ma non fu certo solo per questo. A distanza di trent’anni, li citai nuovamente in una conversazione con giovani e anziani organizzata dall’Auser. Nel libro sugli anni Sessanta che ho scritto e sto scrivendo sono due figure che emergono di continuo. Quindi vuol dire che qualcosa di profondo hanno davvero lasciato, non solo a me ma alla mia generazione: perché seppero entrambi, sia pure in modo assai diverso tra loro, immaginare un “mondo nuovo”.
A quarant’anni dall’assassinio di John Lennon, a New York davanti al Dakota Building, è di lui che scriverò, ascoltando la sua musica. La musica dei Beatles, e poi quella di Lennon, è musica immortale. Ma allora era davvero la coscienza dell’epoca, rappresentava davvero qualcosa che andava al di là del mondo della musica. Era un fattore di identificazione per una generazione globale che parlando di amore, pace e libertà rivoluzionò il costume, la famiglia, la sessualità. Purtroppo non la società, come avrebbe voluto. Il suo sogno, nel 1980, era già stato sconfitto: la morte di Lennon sancì questo scacco, spezzò definitivamente quella generazione.
Nel “grande dibattito” di allora su chi preferivamo -i Beatles o i Rolling Stones- scelsi sempre i Beatles, pur amando gli Stones. Anzi, rispondevo: “John Lennon”. Gli Stones sono sempre stati grandissimi musicisti rock, ma sempre, fondamentalmente, uguali a sé stessi. I Beatles sono stati pop, rock, sperimentali… Interpreti di musiche diverse, in tempi diversi, a volte anche intrecciate tra loro… E John era il più inquieto, il più coraggioso, il più sovversivo, il più surreale dei Beatles, anche se Paul era forse il più raffinato musicalmente. Ma anche John lo era… Ascoltiamo alcune delle sue canzoni più belle…
Le due foto che vedete sono due diversi scatti dello “Strawberry Fields Memorial”, dedicato a Lennon nel Central Park, di fronte al Dakota Building, meta ininterrotta di pellegrinaggio. “Strawberry fields forever” è una delle sue canzoni più struggenti e più vere, un intreccio di semplicità e di futurismo, un capolavoro psichedelico. John l’ha scritta -era il 1967- pensando ai luoghi della sua infanzia, nella Liverpool degli operai, dei bambini orfani e poveri (Strawberry Fields era il nome di un orfanotrofio). Forse nessuna canzone resuscita la nostalgia dell’infanzia come “Strawberry fields forever”.
Un’altra canzone scritta da Lennon al tempo dei Beatles -una delle ultime, era il 1969- è considerata da molti come una canzone “minore”. La Bbc aveva chiesto ai Beatles una canzone semplice, che rappresentasse il Regno Unito in occasione del primo collegamento mondiale via satellite della televisione britannica. John compose un pezzo in cui, in poco più di tre minuti, la parola amore viene ripetuta 111 volte: “All you need is love”. Orecchiabile ma raffinata, la canzone ha un testo straordinario: “Non c’è niente che tu possa fare che non può essere fatto. Non c’è nessuno che tu possa salvare che non può essere salvato.” E’ un inno alla responsabilità personale e alla libertà: possiamo fare tutto ciò che vogliamo fare. La condizione è l’amore, che ci porta a diventare ciò che si è (“You can learn how to be you in time”). John aveva ragione allora, e oggi ancor di più.
C’è dunque anche una forza “politica” in Lennon, che non c’è in Paul né negli Stones. E’ una forza che emergerà sempre più nel John solista. La canzone “perfetta”, anche da questo punto di vista, non solo da quello melodico, è “Imagine”. Era il 1971. Nel 1970 si erano sciolti i Beatles, e John aveva composto “God”, la canzone sulla sconfitta del sogno degli anni Sessanta e di tutti i loro miti, in cui aveva elencato tutto ciò in cui aveva smesso di credere: “The dream is over”, il sogno è finito. Sconfitto il Sessantotto, cominciava un nuovo decennio, senza che quella generazione sapesse dove andare. Ma John non si arrese, e tornò, con “Imagine”, come sognatore e come militante politico. La canzone comincia proprio così: “Qualcuno potrebbe dire che sono un sognatore”. E’ vero. Ma poi aggiunge: “Ma non sono il solo/e spero che un giorno vi aggiungerete a noi/così che il mondo possa vivere nell’unità”. Là dove cresce la disperazione, cresce anche la speranza. Le aspirazioni degli anni Sessanta rinascono e rinasceranno continuamente. “Imagine”, con il suo “no possessions” non è l’”Internazionale” ma è la dichiarazione più sovversiva, è la preghiera più radicale: “la canzone più sovversiva mai scritta che abbia raggiunto uno status di classico”, come hanno scritto Ben Hurish e Ken Bielen. “Imagine” è la canzone “perfetta” perché ci invita ancora a sognare, a sperare, a immaginare un “mondo nuovo”.
Nel 1970 John disse, in un’intervista alla rivista “Rolling Stone”: “nasciamo nel dolore e siamo immersi nel dolore per la maggior parte del tempo. Più grande è il dolore, credo, più abbiamo bisogni di dei”. Sono le divinità del consumo, è la religione delle merci che combatteva anche Pier Paolo Pasolini. Possiamo resistere al dolore solo se lo capiamo. Potremo salvarci solo se saremo ancora capaci di immaginare un mondo diverso, come aveva saputo fare lui.

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New York, Central Park, Strawberry Fields Memorial (2007) Giorgio Pagano


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