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Gli spezzini nel borgo delle Orobie, una storia che fa credere nella vita

di Giorgio Pagano

Gerusalemme, Primo Levi Street (2018)

- Ama, piccolo borgo del Comune di Aviatico, nelle montagne delle Orobie Bergamasche, dal 1942-1943 diventò un incessante punto si approdo per gli sfollati provenienti da Milano. Così accadde in tutti i paesini dell’Altopiano Silvino Aviatico. Tra gli sfollati c’erano diciassette ebrei, in buona parte spezzini appartenenti alla famiglia Iachia (a quel tempo Jachia), che nel rifugio di Ama trovarono accoglienza generosa, protezione e solidarietà, cioè la salvezza dalla deportazione.
La storia, sconosciuta fino a poco tempo fa perché rimasta segreta, è stata riscoperta e raccontata da Aurora Cantini nel suo bel libro “Un rifugio vicino al cielo”. L’autrice si è basata, in particolare, sulla testimonianza di Giuditta Maria Usubelli, una ragazzina di Ama che strinse una forte amicizia con Elsa Iachia, e sulle memorie di Mario Iachia.
Gli Iachia erano una famiglia benestante, i cui capifamiglia si tramandavano da generazioni il lavoro di pellicciaio. Ernesto Iachia e la moglie Andreina Ferro avevano quattro figli: Mario, nato nel 1929, Elsa, nata nel 1931, Sergio, arrivato nel 1939, e il più piccolo, Roberto, nato nel 1942. Già con l’introduzione delle leggi razziali nel 1938 -non dimentichiamoci mai la nostra grave corresponsabilità nella Shoah- Mario ed Elsa furono allontanati dalle scuole spezzine. Costretti a chiudere la pellicceria, gli Iachia partirono per la Svizzera alla vigilia del Natale del 1942 o del 1943, insieme allo zio Alberto Carubà. Giunti al confine, il tradimento di un contrabbandiere li costrinse a tornare a Milano e da lì, attraverso un consiglio, ad Ama. Il primo aiuto lo ebbero dal tassista Gino Fogaccia. Dopo alcuni mesi arrivarono anche i nonni Virginia e Alberto Ferro. Ernesto, per sostenere la famiglia, si impegnò nel campo della conceria. Gli Iachia nascosero la loro identità, diventando Leone. Ad Ama arrivarono anche i Lascar di Torino e di Genova ed altri, in qualche modo tra loro imparentati: in tutto diciassette ebrei.
La loro vita non fu per niente facile: anche Ama, come Spezia, pullulava di militari della X Mas, alleati dei nazisti e specializzati nei rastrellamenti, negli arresti, nelle torture, e di fascisti repubblichini.
Qualcuno sapeva: certamente Giuditta, intima amica di Elsa (aveva tre anni in più). Certamente il Parroco partigiano don Modesto Gasperini, che fu vicinissimo agli ebrei e consigliò loro di mimetizzarsi partecipando alle funzioni della Chiesa cattolica. Probabilmente la maestra Orsolina Berbenni Usubelli. Ma nessuno parlò mai, nemmeno nel dopoguerra. Giuditta lo raccontò ai propri figli in età avanzata. Quando, poco prima di morire, le dissero che sarebbe uscito il libro, le sue parole furono: “E’ una bellissima storia”.
E’ vero, è una bellissima storia. Scrive Aurora Cantini, riferendosi a Giuditta: “La memoria ferrea le ha concesso non solo di ricordare, ma anche di trasmetterci il senso della vita, che si concretizza nel rispetto che si deve richiedere per sé e che si deve riconoscere agli altri”.
E’ il senso della vita che emana da Giuditta, da don Modesto, da Gino il tassista, dalla gente semplice e onesta, dai giovani alla macchia che alla notizia di ogni rastrellamento imminente andavano a nascondersi nelle grotte portando con loro gli ebrei. Mi sono venuti in mente le contadine e i contadini della Val di Vara, dello Zerasco, della Val di Taro protagonisti dei miei studi sulla Resistenza: gente di montagna, che accoglie chi ha bisogno quasi come un figlio.
Simonetta Della Seta, per anni Direttrice del Museo dell’ebraismo e della Shoah a Ferrara, ora collaboratrice dello Yad Vashem di Gerusalemme, a proposito della trasmissione della memoria della Shoah ai giovani ha scritto:
“È il momento di raccontare non solo le atrocità ma anche di documentare la vita. Mostrare la forza che è stata necessaria per salvare se stessi e gli altri. Non bisogna solo impaurire i ragazzi, è necessario offrire loro gli strumenti per credere nella vita e nell’essere umano, nonostante tutto”.
La storia di Ama è importante perché è la storia di un grande amore per la vita, che fa credere nella vita.

Post scriptum
Dedico l’articolo di oggi a tre persone da poco scomparse, protagoniste delle lotte e delle speranze degli anni Sessanta e del libro mio e di Maria Cristina Mirabello “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia”.
Umberto Roffo e Franco Capovani furono i capi della lotta studentesca al Chimico di Carrara, che innescò la “grande occupazione” delle scuole di tutta la fascia tirrenica, fino alla Spezia, nel dicembre 1968. Per tutta la vita -il primo come imprenditore del marmo e poi editore, il secondo come tecnico e sindacalista- rimasero fedeli agli ideali della loro gioventù.
Su Umberto Roffo ho scritto su questo giornale l’articolo “Umberto Roffo, il più poetico di tutti” (2 gennaio 2021).
Su Franco Capovani ho scritto su “Il Tirreno” l’articolo “Capovani simbolo di libertà e di solidarietà” (14 gennaio 2021), leggibile anche su www.associazioneculturalemediterraneo.com
Luciano Gnarini faceva il fuochista alla Ceramica Vaccari, in condizioni ambientali molto dure. Era il capo della CISL, e condusse il sindacato cattolico all’unità con CGIL e UIL negli anni dell’Autunno caldo e delle memorabili lotte per il salario, la salute, l’occupazione, la dignità dei lavoratori.

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Israele,Cafarnao, la Sinagoga (2011) Giorgio Pagano


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