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Cultura, fermiamo il deserto che avanza

di Giorgio Pagano

Luci della città
Sydney, Sydney Opera House (2006)

- Uno dei più geniali artisti Spezzini, Jacopo Benassi, ha rilasciato qualche tempo fa un’intervista che avrebbe dovuto far riflettere. Eccone un brano:
“Siamo sprofondati nel baratro. […] E’ un momento veramente povero per la cultura. Il CAMeC è sotto autosequestro: aspettano che qualcuno metta la monetina per ripartire con una mostra squallida di chiunque, era un posto da valorizzare che sta morendo. Il Centro Allende è diventato quasi privato, mentre prima ognuno poteva richiederlo per qualsiasi tipo di iniziativa, sociale, politica e culturale. Ora no. Ci fanno ristoranti per i turisti, che tristezza. Si sente la diversità. Chi ci governa è distante da noi anni luce e non puoi neanche chiedere, per via di un’incomprensione che parte dalla radice culturale”. (“La Nazione”, 16 novembre 2020).
Provo a riprendere la discussione su “Città della Spezia”. A partire da una considerazione: certo, il “baratro” è stato provocato anche dalla pandemia. L’orizzonte è scomparso. Chini sull’oggi, è come se non avessimo più domani. Ci manca la prospettiva. Così come è scomparsa la partecipazione. Fissi al computer, è come se fossimo sempre soli. Ci manca la socialità. E la cultura, senza orizzonte e senza partecipazione, declina. Ma la pandemia ha solo squarciato il velo: il futuro e la condivisione erano già venuti meno. Da anni.
La causa è ciò che ho definito, in questa rubrica, “l’impotenza della politica, ridotta ad amministrazione, senza progettualità e partecipazione” (“Quel muscolo che si è rimpicciolito”, 14 febbraio 2021).
L’analisi dettagliata della situazione culturale in città conferma la tesi di un deserto che avanza. Prevale un approccio privatistico, di mero affidamento al privato, senza una visione strategica da parte del Comune. Un Comune che alla cultura destina non solo meno risorse e meno personale, ma anche meno attenzione e meno idee. Il centro Dialma Ruggiero, dopo polemiche al vetriolo contro chi lo gestiva, è stato esternalizzato, con l’esito paradossale dell’assegnazione a chi lo gestiva. Il Comune può usare la struttura per un tot. di giornate, ma la direzione intrapresa è chiara. Il Centro Allende ha addirittura mutato ruolo, perché destinato prevalentemente alla ristorazione. Il luogo “classico” delle presentazioni dei libri, dei convegni, delle mostre non c’è più: se si faranno iniziative, si faranno solo nell’ambito della programmazione curata dal gestore privato. La Mediateca ha orari di apertura molto limitati. Il materiale che vi è depositato, di enorme valore, attende ancora di essere catalogato e fatto conoscere al pubblico. Il CAMeC ha rinunciato ad ogni ambizione di tornare ad essere quel “laboratorio sul contemporaneo” che era all’inizio, quando lo dirigeva Bruno Corà. Si salva ancora la programmazione del Teatro Civico, ma la governance è confusa, e non è stato un bene che sia stata varata un’importante iniziativa formativa senza il coinvolgimento del territorio.
L’offerta culturale, priva di progettualità, ha perso ogni aspetto partecipativo e ogni legame con la realtà culturale locale. L’assessore Luca Basile aveva meritoriamente lavorato alla costruzione del tavolo “Insieme è cultura” con la Fondazione Carispezia, che riuniva tutte le associazioni e favoriva l’integrazione tra loro, il coinvolgimento sulle scelte del Comune, la consultazione sui bandi promossi dalla Fondazione. Tutto azzerato, cancellato, dimenticato.
E’ chiaro che in questa situazione il tessuto culturale cittadino sia demotivato, frammentato, sfrangiato. Non solo non c’è l’offerta culturale adeguata, non c’è nemmeno più la domanda. A differenza di dieci-quindici anni fa è nato poco, o comunque molto meno. E i cittadini hanno un minore senso di appartenenza rispetto alle istituzioni culturali.
Come riprendere un filo? Intanto diamoci un obiettivo: quando la pandemia allenterà la sua morsa, fermiamo il deserto e torniamo alla vita sociale con la costruzione condivisa di cultura. Con i musei, i teatri, le biblioteche trasformati in luoghi sociali, inclusivi, aperti alla voglia di fare dei cittadini, dei gruppi, delle associazioni, delle scuole. Facciamo sì che quei giorni, spero vicini, assomiglino almeno un poco ai giorni della Comune di Parigi, giusto 150 anni fa: l’arte, la cultura, la bellezza come qualcosa che vede gli artisti protagonisti, che è vissuto dal popolo intero e integrato nella vita di tutti i giorni, che rigenera il futuro.

Post scriptum:
Sui temi dell’articolo di oggi si veda la documentazione del convegno “La città e la cultura. Idee e pratiche a confronto” (22 febbraio 2014) in www.associazioneculturalemediterraneo.com
Sui 150 della Comune di Parigi si veda il mio articolo “A 150 anni dalla Comune di Parigi: una parabola per il futuro” (18 marzo 2021) in www.micromega.net

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Bilbao, Guggenheim Museum (2005) Giorgio Pagano


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