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Basta oltraggi alla memoria di Giulio Regeni

di Giorgio Pagano

Egitto, Giza, la piramide di Chefren (2012) (foto Giorgio Pagano)

- “Con l'atto di chiusura delle indagini da parte della Procura di Roma, la vicenda dell'assassinio di Giulio Regeni è giunta a un punto di non ritorno. Ora è impossibile dire: non sapevamo; ora tutti, cittadini e autorità pubbliche, sono nelle condizioni di sapere che un giovane italiano è stato rapito, torturato e trucidato per mano di agenti dei servizi di sicurezza e di alti funzionari dello Stato egiziano. Abbiamo tutti appreso che, nella stanza 13 di un edificio controllato dalla National Security Agency, Regeni ‘era mezzo nudo, portava dei segni di tortura [...], segni di arrossamento dietro la schiena. Era sdraiato steso per terra, con il viso riverso [...], ammanettato con delle manette che lo costringevano a terra’”.
Così iniziava la lettera aperta inviata dal giornalista e scrittore Luigi Manconi al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 13 dicembre scorso. Manconi sottolineava che la questione Regeni è una “questione umanitaria”, così come quella di migliaia di egiziani che hanno conosciuto e conoscono la stessa sorte, ed è, allo stesso tempo, una questione “che chiama in causa la dignità e la credibilità del nostro Paese e la sua indipendenza all'interno della comunità internazionale”, perché “l'autorità giuridica e morale di uno Stato -la sua costituzione primaria- si fonda sulla capacità di proteggere l'incolumità dei suoi cittadini”.
A fine dicembre è stato pubblicato un comunicato della Procura generale del Cairo, portavoce del regime: una aperta dichiarazione di ostilità verso l’Italia, che vanifica tutti i tentativi dei magistrati del nostro Paese. Ogni collaborazione è stata negata. E’ del tutto illusorio che gli agenti egiziani contro i quali procede la magistratura italiana siano consegnati all’Italia se saranno condannati. E le autorità egiziane non procederanno ad altre indagini per identificare e punire in Egitto i responsabili delle torture e dell’omicidio.
Il conflitto è diventato durissimo: a questo punto non tra Procure, ma tra governi. E il Governo italiano non può più, come hanno fatto in cinque anni quattro governi diversi, subordinare ogni suo atto al primato della ragion di Stato e al “realismo” basato sull’importanza dell’interscambio economico. Come se la possibilità dell'Italia di intrattenere, con l’Egitto, rapporti alla pari sul piano politico ed economico dipendesse da un atteggiamento codardo di resa, e non dal fatto di essere e comportarsi come uno Stato sovrano titolare di dignità e autorità. Non a caso, se andiamo ad esaminare bene i dati, ci accorgiamo che il nostro è un “realismo straccione”: il volume dei nostri scambi con l’Egitto in questi anni si è progressivamente assottigliato, mentre è aumentato l’interscambio Francia-Egitto.
Nei nostri scambi con l’Egitto sono le armi a primeggiare. Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL), ha giustamente fatto notare che “non è casuale che le dichiarazioni della Procura generale del Cairo sono state fatte all’indomani della consegna alla Marina Militare egiziana della prima delle due fregate militari Fremm”. La consegna è avvenuta il 23 dicembre presso il Cantiere Muggiano, con una cerimonia -ha evidenziato Rete italiana pace e disarmo- “in sordina e non pubblicizzata”, segno di evidente “imbarazzo”. La Procura egiziana, prima della consegna della nave, si era limitata a esprimere solo delle “riserve” sull’indagine dei magistrati italiani. Poi, a consegna avvenuta, non ha più avuto alcun ritegno e ha manifestato tutta la sua arroganza.
Tutto questo deve allarmarci. E’ giusto che il Governo italiano abbia deciso di investire il Consiglio degli Affari esteri dell’Unione europea del caso Regeni e della sistematica violazione dei diritti umani da parte dell’Egitto. Le sanzioni economiche devono infatti essere europee, assunte cioè da tutti e 27 i Paesi dell’Ue. Anche per stanare la Francia e per togliere al nuovo faraone Al Sisi l’arma che finora gli ha consentito di giocare su più tavoli in cambio dell’immunità: la marcia in ordine sparso dell’Europa. Ma, detto questo, non si può sfuggire al fatto che la responsabilità primaria è dell’Italia, e che non possiamo delegare tutto all’Europa. Due sono le iniziative che il nostro Paese può e deve intraprendere subito, d’intesa con l’Europa.
La prima deriva dal fatto che sia l’Italia che l’Egitto sono parte della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Gli Stati si sono impegnati ad impedire che atti di tortura siano commessi nel proprio territorio e si sono obbligati a svolgere indagini efficaci e indipendenti e a darsi la più ampia assistenza giudiziaria in qualsiasi procedimento penale relativo alla tortura. Il Governo italiano può dunque, come hanno proposto il giurista Vladimiro Zagrebelsky e la Società Italiana di Diritto Internazionale, “attivare subito gli strumenti previsti dalla Convenzione contro la tortura”. La tortura è un crimine contro l’umanità, e va contrastato ovunque.
La seconda iniziativa è stata presa dalla famiglia Regeni alla vigilia del nuovo anno: la presentazione di un esposto “contro il Governo italiano” per “violazione della legge n. 185 del 1990”, la legge che regolamenta l’esportazione di armamenti, e che è sempre risultata indigesta alle aziende militari.
L’iniziativa è sostenuta da Rete italiana Pace e Disarmo, che ha dato vita ai primi di dicembre alla mobilitazione “Stop Armi Egitto” in una trentina di città italiane, tra cui La Spezia, dove ha suscitato ampia partecipazione. E’ molto importante che anche CGIL, CISL e UIL nazionali abbiano aderito a questa mobilitazione: “un passo importante -l’ha definito Giorgio Beretta- che segna, per la prima volta dopo vari anni, una presa di posizione unitaria [dei sindacati] sulla questione delle esportazioni di sistemi militari italiani”.
In due articoli del giugno scorso -il primo in questa rubrica, intitolato “Il nuovo faraone armato dall’Italia”, il secondo sul Secolo XIX Nazionale, intitolato “Le armi all’Egitto vietate per legge”, leggibile su www.associazioneculturalemediterraneo.com- così motivavo il no alla vendita delle Fremm all’Egitto:
“Non solo perché non esiste Stato al mondo che venda armamenti a un regime che è coinvolto nell’omicidio di un suo cittadino; ma anche perché una legge dello Stato, la n. 185 del 1990, stabilisce che le esportazioni di armamenti ‘devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia’. Dov’è questa conformità, nel caso dell’Egitto? […] Di più: le esportazioni di armamenti sono vietate, recita la legge n. 185, ‘verso i Paesi in stato di conflitto armato’ -e l’Egitto non solo è coinvolto nel conflitto in Libia ma anche in quello in Yemen senza alcun mandato internazionale - e ‘verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa’. Il che è stato più volte accertato”.
Sulla linea indicata dalla famiglia Regeni è anche il Parlamento europeo. La sua risoluzione del 18 dicembre è particolarmente rilevante perché non si ferma alle denunce delle violazioni dei diritti umani e a ribadire “la richiesta di un riesame approfondito ed esaustivo dei rapporti dell’Ue con l’Egitto”, ma, con una significativa novità, chiede agli Stati membri di dare seguito alle conclusioni del Consiglio "Affari esteri" del 21 agosto 2013 sull’Egitto, in cui si annunciava “la sospensione delle licenze di esportazione di qualsiasi attrezzatura che potrebbe essere utilizzata a fini di repressione interna”. Di più: la risoluzione “invita gli Stati membri a sospendere tutte le esportazioni verso l’Egitto di armi, tecnologie di sorveglianza e altre attrezzature di sicurezza in grado di facilitare gli attacchi contro i difensori dei diritti umani e gli attivisti della società civile, anche sui social media, nonché qualsiasi altro tipo di repressione interna” e chiede all’Unione di “dare piena attuazione ai controlli sulle esportazioni verso l’Egitto per quanto riguarda i beni che potrebbero essere utilizzati a fini repressivi o per infliggere torture o la pena capitale”.
Ora tocca al Parlamento e al Governo dell’Italia. Servono atti netti e chiari contro gli oltraggi alla memoria di Giulio Regeni: il “realismo straccione” non può avere la meglio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Egitto, Il Cairo, il Suq (2012) (foto Giorgio Pagano)


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