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"Su diseguaglianze e ambiente il Papa dice ciò che la sinistra non ha mai detto o non dice più"

Pagano, scrittore e storico: "Vado spesso nelle biblioteche, sono sempre piene di giovani. Dei libri non faremo mai a meno, temo più per la storia".

terza e ultima parte
Il pubblico del concerto beat al Teatro Monteverdi -14 aprile 1966 -

La Spezia - Partendo dalla lettura del secondo volume "Un mondo nuovo, una speranza appena nata", è assai possibile allargare il pensiero ai giorni nostri, partendo naturalmente dall'esperienza degli anni Sessanta, massimo comun denominatore della pubblicazione, superandola per arrivare all'oggi. Ha ancora senso parlarne e se ha senso come va declinata? Nasce così una discussione con l'autore Giorgio Pagano che divideremo in tre parti da leggere in queste festività pasquali. Ecco la terza e ultima.

Quali sono le pulsioni vitali che provengono dagli anni Sessanta?
"Sono le tracce che ci parlano ancora. Ho già detto dell’aspirazione alla fratellanza. Ancora: nei Sessanta al centro del pensiero c’era l’esistenza. Poi l’esistenza fu bandita dal pensiero. Ma quella traccia di pensiero umanistico rimane. Si lottava per cambiare il mondo e la propria vita, per autogovernare la propria vita. La lotta degli operai era una lotta morale per la dignità e la libertà del lavoro, non solo per il salario. Dopo la pandemia il tema non può essere soltanto “quanti soldi abbiamo”, i bisogni non sono solo il vestirsi, il bere, il mangiare, il possedere lo smartphone. Bisogna riprendersi la vita, la dignità, la libertà. Infine un’altra traccia: l’importanza della scuola, della cultura, di un nuovo sapere. I temi posti allora dagli studenti. Nelle fasi vitali della storia tutti, dalle donne ai giovani di bottega, avevano un libro in tasca, andavano a teatro, si interrogavano sul sapere. Nel libro racconto la storia di queste esperienze e poi della loro sconfitta negli anni Settanta. Ma intanto, grazie a quelle esperienze, in Europa era stato raggiunto il miglior livello di giustizia sociale nella storia dell’uomo".

Ma oggi lo smartphone e il computer stanno sostituendo il libro…
"E’ il maggior pericolo per la cultura. Sia chiaro, non demonizzo internet, anzi: sto facendo un’intervista online! L’uomo è stato cattivo già da prima: Auschwitz, Hiroshima e la distruzione della biosfera sono orrori pre-digitali insuperabili. Con internet non siamo peggiorati, ma forse nemmeno migliorati. Certo, oggi si può sapere da moltissimi e in molto minor tempo di una volta. Ma la conoscenza è diventata un insieme di frammenti. E quel che si ritrova cliccando lo si dimentica quasi subito. Da qui la necessità di un pensiero critico: meglio i libri che le app e i loro algoritmi. E poi meglio la socialità: il “faccia a faccia” rispetto allo “schermo a schermo”.

Il tuo mestiere di scrittore, soprattutto di storico, è in estinzione?
"Vado spesso nelle biblioteche, sono sempre piene di giovani… Dei libri non faremo mai a meno… Temo più per la storia. Adriano Prosperi ha scritto un libro intitolato “Un tempo senza storia”. E’ il nostro tempo. I giovani non hanno un disegno di futuro, è qui la radice della crisi della storia. La domanda che il giovane più di tutti rivolge alla storia nasce dalla speranza: per capire il suo futuro si volta indietro per capire da dove viene. Se la speranza muore, al posto della storia c’è il presente permanente. Tra memoria del passato e speranza di futuro c’è un nesso fondamentale. Si combatte il disinteresse per la storia combattendo la malattia della speranza. E’ per questo che mi definisco un narratore sia di storie che di speranze".

A proposito di storia, cosa pensi del PCI, cento anni dopo?
"Nel libro mi soffermo sulla sconfitta del PCI negli anni Settanta. Tutto viene dagli anni Settanta. Il destino dell’Italia di oggi fu deciso allora. Quel decennio fu anche un terreno di grandi battaglie vinte, come ho ricordato. Ma la risposta della sinistra e del PCI fu sostanzialmente conservativa e subalterna. La sinistra cominciò allora a smarrire i contatti con la società. Nel giro di pochi anni si tornò indietro: venne a mancare la giustizia sociale, e ciò fece degenerare la libertà in liberismo e corrompere la politica come fede laica. La questione è: la vicenda del PCI non può essere proiettata oltre la vicenda del comunismo internazionale, o il PCI poteva trasformarsi ben prima del crollo dell’URSS nel 1989? Forse poteva andare diversamente, questa è la mia tesi. E la traccia che ci parla ancora è il pensiero di Antonio Gramsci: non la politica-potenza di Lenin ma la politica della lunga “guerra di posizione” nella società civile, la politica dell’”egemonia” nella democrazia, che deve sboccare nell’etica e orientare il progetto della “riforma intellettuale e morale”. Un progetto che nasce innanzitutto dal basso, nella società civile".

Negli articoli di “Luci della città” citi spesso il Papa…
"Quello religioso è un mondo che guardo dall’esterno. Però mi è rimasto il senso del sacro, oggi perduto. Quanto al Papa, è un fenomeno di portata storica: sull’ambiente e le diseguaglianze dice quello che la sinistra non ha mai detto o non dice più. Oggi l’unico messaggio sulla speranza che sopravvive è il suo. Si pensi al viaggio in Iraq: Francesco ci ha voluto dire che la vita può ricominciare anche nel Paese più martoriato. La luce è più forte delle tenebre, anche della pandemia. Un messaggio di scandaloso ottimismo".

Quindi anche tu sei più ottimista che pessimista?
"Rispondo con Gramsci: “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. Il libro comincia con la canzone “Dio è morto” di Francesco Guccini, del 1967: la speranza in un mondo nuovo. Poi è costellato di tante canzoni-simbolo. L’ultima è “L’anno che verrà” di Lucio Dalla, che concludeva idealmente gli anni Settanta, raccontando la violenza, la fine dei sogni collettivi, l’ansia dei vinti. Ma anche il grande bisogno di poter “continuare a sperare”. Perché, come scrive un protagonista del libro, il poeta Paolo Bertolani, “tanto dura a morire è la speranza”. La speranza è sperare per tutti, mai solo per se stessi. La speranza implica una lotta contro la disperazione e parte dal cambiamento personale per nutrirsi dell’essere insieme e diventare impegno di ciascuno e di tutti nelle opere.

I tuoi progetti per il futuro?
"Continuare a raccontare storie e speranze. Della mia Spezia e della mia Italia, ma non solo. Il Papa ha detto: “Chi ci racconterà l’attesa di guarigione nei villaggi più poveri in Asia, America Latina e Africa?”. Nel 2020 ho scritto il libro “Africa e Covid-19. Storie da un continente in bilico”, con decine di amici africani o cooperanti in Africa: potenza del web! Appena possibile tornerò in Africa, tra le “vite di scarto”. Per dare una mano e per raccontare le loro storie e le loro speranze. Racconti di essere umani, che inseguono l’odore vivo degli esseri umani".

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