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Perché serve un Recovery Plan anche per le foreste del mondo

Perché serve un Recovery Plan anche per le foreste del mondo

- Forse conviene partire dal fondo per comprendere appieno perché, nel 2012, le Nazioni Unite hanno ritenuto opportuno istituire la Giornata Internazionale delle Foreste.

Oltre alle considerazioni di ‘etica ambientale’ e ai molteplici aspetti che coinvolgono la conservazione del patrimonio vegetale terrestre, potremmo infatti prima di tutto chiederci quanto concretamente possa pesare tale tematica nelle problematiche dei giorni nostri.

Più esplicitamente: esiste un rapporto diretto tra le minacce che incombono sulla preservazione del polmone verde del nostro Pianeta e le due maggiori emergenze della contemporaneità, ovvero la pandemia in corso e la lotta al climate change?

Che cosa c’entra la deforestazione con il Covid-19
La risposta è sì. Iniziamo dal primo aspetto. Tra le innumerevoli virtù degli ecosistemi terrestri, ed in primis delle foreste, rientra anche un ruolo di primo piano nella regolazione delle malattie.

Le aree forestali e boschive costituiscono infatti l’habitat di oltre l’80% di tutte le specie viventi terrestri, ovvero della sconfinata varietà di piante, animali, funghi e microorganismi che caratterizzano il nostro Pianeta.

Ecco che allora che conservare foreste ed ecosistemi in buono stato di salute significa limitare l’esposizione ad agenti patogeni (microoganismi quali virus, batteri, parassiti) e, conseguentemente, contenere i rischi di zoonosi ovvero malattie che possono essere trasmesse dalla fauna selvatica all’uomo attraverso contatti ravvicinati, prodotti animali contaminati o anche solo particelle disperse nell’aria (trasmissione per via aerea).

Certo le zoonosi sono un fenomeno naturale con il quale l’uomo convive fin dagli albori della vita, ma disporre di ecosistemi forestali ad elevata conservazione di biodiversità permette che essi agiscano da ‘tampone’ o da ‘diluente’ per gli agenti virali, contenendo le possibilità di propagazione all’uomo.

Al contrario la distruzione, la frammentazione e la degradazione delle foreste o di altri habitat naturali aprono spazi all’avvicinamento delle persone alla fauna selvatica, aumentando il rischio di trasmissione di malattie zoonotiche.


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Come ha avuto modo di dire Jonathan Epstein, ecologo dei patogeni animali, “non sono loro a cercarci, semmai siamo noi a cercare loro”. Del resto anche prima del Covid-19 l’elenco delle pericolose zoonosi dei nostri tempi non era scarno di nomi noti: la rabbia, la Sars, la Mers, la febbre gialla, la dengue, la malaria, l’encefalite del Nilo sono alcune delle malattie che hanno superato le barriere biogeografiche attraverso i movimenti dell’uomo, così come l’emergenza dei virus Ebola e Hiv/Aids è stata associata alla trasformazione degli habitat naturali e alla maggiore interazione con la vita selvatica.

L’importanza delle foreste per la salute umana
Ma l’impatto delle foreste sulla salute umana va ben oltre la funzione di contenimento della diffusione di agenti patogeni, in quanto esse costituiscono anche un enorme serbatoio di erbe e piante medicinali.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che l’80% della popolazione dei Paesi in via sviluppo fa affidamento sulle essenze vegetali per curarsi e soprattutto occorre ricordare che, nella farmacologia contemporanea, lo sviluppo di rimedi curativi di successo non riguarda solo e sempre la biologia sintetica avanzata.





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I disastrosi effetti della deforestazione per il climate change
Altrettanto decisamente diretto è il rapporto tra la distruzione degli ecosistemi forestali e il global warming-climate change:  tanto che per dirla con Douglas McGuire, coordinatore tutela e ripristino delle foreste della Fao, “la deforestazione è la seconda causa dei cambiamenti climatici dopo i combustibili fossili”.

A livello planetario le foreste e le aree boschive coprono complessivamente una superficie di circa 4 miliardi di ettari, quasi il 31% delle terre emerse. Ad esse dobbiamo l’esistenza delle condizioni essenziali di vita: attraverso la fotosintesi clorofilliana le foreste provvedono infatti a rimuovere enormi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera, in misura inferiore solo a quanto fatto dagli oceani (l’altro polmone, quello blu, della Terra).

Inoltre le foreste alimentano un importante flusso di vapore verso l’atmosfera, destinato a generare nuvole, piogge e ogni altro tipo di fenomeno atmosferico. Si tratta di una funzione di fondamentale importanza perché consente un effetto ‘regolatore’ e ‘stabilizzante’ sul clima, mitigando i rischi di surriscaldamento dell’atmosfera e della superficie terrestre: più il clima è caldo infatti, più gli alberi producono una intensa evaporazione che, a sua volta, genera una maggiore copertura nuvolosa.

Di conseguenza ciò limita l’assorbimento di radiazione solare da parte del suolo, costretto così a sua volta a raffreddarsi gradualmente, fino ad annullare il riscaldamento iniziale. Data dunque l’importanza del tutto vitale delle foreste quale elemento di ossigenazione e di regolazione climatica è da sottolineare, per contro, l’effetto disastroso della deforestazione (circa 13 milioni di ettari persi negli ultimi due decenni) che contribuisce all’emissione di gas-serra in atmosfera per circa 6 miliardi di tonnellate di CO2, quasi un quinto delle emissioni globali. Una quota maggiore di quella prodotta da tutti i camion, le automobili, le navi e gli aeroplani del mondo messi insieme.

Gli innumerevoli servizi garantiti dalle foreste e dai boschi
Ma gli effetti benefici della conservazione degli ecosistemi forestali non si limitano alle funzioni vitali e al contributo fornito alle ‘guerre invisibili’ che assediano l’umanità. Essi forniscono ogni giorno beni e servizi di enorme importanza, tanto che 1,6 miliardi di persone ne dipendono per il proprio sostentamento, svolgendo un ruolo cruciale nella riduzione della povertà e nel raggiungimento di molti tra i 17 Obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Le foreste assicurano innanzitutto beni materiali quali l’acqua, il cibo, il legname. Ma anche risorse intangibili quali il mantenimento della fertilità del suolo e la prevenzione del dissesto idrogeologico (di grande rilevanza in un Paese a rischio frane e alluvioni come l’Italia).

Una foresta o un bosco in ottima salute, di fronte a condizioni di forti precipitazioni, è infatti in grado di rallentare il deflusso superficiale delle acque e il dilavamento del suolo.

Le chiome degli alberi riducono l’impatto della pioggia sul terreno, che è in grado di assorbire più facilmente l’acqua immagazzinandola nelle falde, mentre le radici trattengono il terreno impedendone l’erosione.

Grazie alle aree boschive e forestali è quindi molto meno probabile che si possano formare delle frane e che la pioggia confluisca rapidamente a valle determinando le rapide piene dei fiumi che causano le alluvioni.

Recuperare si può: anche le foreste possono avere il loro Recovery Plan
Questo inestimabile patrimonio deve oggi fare i conti con minacce sia di carattere naturale, aggravate dal climate change, che addebitabili all’azione dell’uomo: mediamente negli ultimi 25 anni si è registrata una perdita netta di 5,2 milioni di ettari l’anno, calcolata come differenza tra la distruzione di foreste esistenti (12 milioni di ettari) e la creazione di nuove.

Tra le cause naturali di deforestazione rientano gli incendi non dolosi, i sempre più frequenti uragani, le siccità, le gelate, le infestazioni di insetti non autoctoni che si stanno spostando a seguito dei cambiamenti climatici globali.

Poi c’è l’uomo, che fa la sua parte con attività quali l’estrazione incontrollata di legname e la sottrazione di spazi da destinare all’agricoltura, all’allevamento di bestiame, all’urbanizzazione, alla realizzazione di infrastrutture, cave, miniere, ecc.

Tutto ciò costituisce una strada senza ritorno? No. Recuperare il tesoro naturale perduto è possibile e non a caso proprio al tema della Forest Restoration è dedicato l’International Day of Forests 2021 (‘A path to recovery and well-being’). Grazie alle acquisizioni dell’ecologia, della selvicoltura e il contributo di varie discipline, incluse quelle sociali, è possibile, anche se in tempi e con costi molto variabili da caso a caso, invertire i processi che hanno portato al degrado di una foresta e ristabilirne la composizione, la struttura, la produttività e il funzionamento.

Il restauro è possibile.

Vaste aree disboscate in Europa e in Nord America hanno visto ricrescere le foreste.

La Corea del Sud e il Costa Rica hanno intrapreso strategie di recovery forestale di grande successo, un esempio per altri Paesi.

E nel mondo una moltitudine di progetti e iniziative portati avanti sia dai governi che da organizzazioni non-statali stanno rallentando la desertificazione favorendo il ripristino delle aree boschive.







Certo oltre alla volontà servono risorse e investimenti poderosi ma, come recita il video promozionale della Fao per la Giornata Internazionale 2021, “non è mai troppo tardi per agire. Ripristiniamo le nostre foreste e creeremo un futuro migliore”.


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