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Rammaricandoci

Se fossi uno scrittore fresco di esordio, mi piacerebbe sentirmi dire che il mio libro è un’ottima lettura da cesso, di quelle che non fanno cagare. Forse non sarà carino da dire, ma in realtà è un gran complimento. Soprattutto rispecchia l'utilizzo che faccio di “Rammaricandoci per la bellezza della sposa” (Visiogeist, 2021), il primo libro pubblicato da Niccolò Re. Meglio, il suo primo libro pubblicato senza pseudonimi, dopo anni e anni di "Sentimenti Spezzini", l'imperdibile e imperdonabile pagina satirica di CDS.

Alla presentazione di “Rammaricandoci per la bellezza della sposa" c'ero anch'io. Faceva da mediatore Renato Goretta, ex amministratore di ATC, una delle sue vittime preferite, che ovviamente si vantava di tale status. Ed è già leggendario lo slancio romantico con cui Niccolò, nel corso della mascherata presentazione, ha apertamente confidato a Goretta: “da quando non ci sei più tu, mi è passata la voglia di prendere gli autobus, preferisco andare a piedi… prima arrivavano sempre in ritardo, adesso non c’è più gusto… poi, una volta ci salivo sopra e ogni tanto andavano anche a fuoco”. Ricordo, tra l’altro, di aver realizzato, proprio in quell’occasione, che Renato Goretta, Gino Ragnetti e Renato Righetti sono tre persone distinte.

Sovvertitore della logica dal grande aplomb, dice giustamente lo Sgargabonzi editore, nella prefazione. Ad essere sovvertito è tutto l’impianto letterario: la morale che chiude ogni racconto, invece di “costruire” qualcosa, manda definitivamente in frantumi i vari cocci che, assemblati senza pietà, vanno a formare ogni racconto, in una spirale di smentite e ripensamenti. Ho centellinato questo libro per ritardarne il più possibile la fine. Ho provato a iniziare da un punto a caso per poi arrivare alla fine, tornare da capo e leggerlo fin dall’inizio, sperando di dimenticare da dove fossi partito.

Ora che ho finito di leggerlo, ho collocato questo piccolo capolavoro malato nella sezione di narrativa della mia libreria. L’ho collocato tra Pirandello e Sartre, pur sapendo perfettamente di commettere una grossa ingenuità, perché le pagine di Niccolò sono come spore fungine: si propagano, contaminano, corrompono e fagocitano tutto ciò che le circonda.
Esattamente quello che è accaduto al saggio di Robert Graves “I miti greci", altra presenza fissa del simposio diuretico che occupa stabilmente il piano della lavatrice di fronte al water: dopo un mese e mezzo di vicinato tra i racconti di Niccolò Re e il saggio di Graves, al posto di Crono (Saturno per i latini) adesso c’è Ascanio Pacelli a divorare i figli e a subirne la vendetta.

Ma a rendere ancora più spiazzante la personale mitologia di Niccolò è quel suo taglio da cronaca spicciola, dove l'empatia è definitivamente depennata dalla più crudele deformazione professionale.
Nei cinquanta racconti di "Rammaricandoci per la bellezza della sposa", i pruriti della Seconda Repubblica trovano asilo nei simboli della Prima, come se il VHS di un porno anni '90 andasse a nascondersi tra i volumi della Storia d'Italia di Roberto Gervaso e Indro Montanelli. Nel mazzo delle Magic del piccolo ma precoce Niccolò - ora aspirante diacono, ora aspirante transgender - una pletora di personaggi di ieri e di oggi, reali e inventati, vivono trasfigurati nelle loro stesse caricature. Lo stesso vale per l'autore, che è quasi sempre protagonista delle roccambolesche vicende narrate.

Stando alle note biografiche del retro copertina, Niccolò Re è nato il 21 maggio 1986. Pertanto, se non ha scritto una cazzata, oggi dovrebbe essere il suo compleanno. Confesso che oltre a questa specie di recensione, mi sarebbe piaciuto regalargli anche un poster di Adolfo Celi. Ma, visto il personaggio, ho desistito: mi avrebbe sicuramente rimproverato che quando si fanno due regali vuol dire che si è degli insicuri.
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