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Tre tipi di scemi

“I ghe son trei tipi de semi: i semi ch’i fan i fürbi, i fürbi ch’i fan i semi e i fürbi ch’i fan i fürbi, e sti chi i en ciü semi de tüti.”


Questa massima, che ripeto da anni come un mantra, fu declamata alla presenza di Pietro Rosa e Vasco Bardi da un vecchio claudicante, presso una trattoria di Campiglia. L’anziano, lamentando la propria condizione motoria, raccontò di essere stato investito da uno della televisione, capitato da quelle parti a bordo di un macchinone, il quale era prontamente sparito senza averlo risarcito. La massima appena citata era la sua privata, severa e definitiva sentenza.

Il fatto mi era stato narrato dal velista e poeta Vasco Bardi, che ero andato a intervistare sul pittore Pietro Rosa, di cui era molto amico. Era un pomeriggio del 2013 e Vasco, che sarebbe morto di lì a poco, mi aveva dato appuntamento nella sua casa di Sarzanello. Quel giorno, che ricordo buio fin dal mattino, aveva il rumore di fondo di un appuntamento col destino.

Innanzitutto, mi ero dimenticato di un altro incontro: un incontro galante. Non mi era mai successo e credo sia veramente difficile dimenticarsi di avere incontri del genere, pur non essendo particolarmente coinvolti. Infatti non mi è più successo. Poi il luogo. L’ultima volta che avevo messo piede a Sarzanello facevo ancora le elementari. I miei zii avevano la casa di campagna proprio lì, sotto la fortezza. In quella casa ho imparato che i compleanni hanno l’odore delle candeline appena soffiate.

Ricordo diverse passeggiate alla fortezza con mio cugino Gianluca e le nonne. Mio cugino Gianluca, un anno più piccolo di me, sapeva già che dalle fortezze veniva rovesciato dell’olio bollente dalle feritoie per impedire al nemico di arrampicarsi sui contrafforti. E una domenica pomeriggio, magicamente, da una feritoia della fortezza, vedemmo colare una macchia nera. Fummo felicissimi. Era difficile immaginare che qualcuno avesse rovesciato un secchio d’acqua dopo aver lavato il pavimento dell’ultimo piano del castello.

Vasco Bardi lo avevo già incontrato nel 1993, nell’estate tra seconda e terza media. Mio cugino Gianluca, un anno più piccolo di me, era già un velista consumato, mentre io non avevo ancora mai messo piede su un Optimist, per il quale iniziavo ad essere pure un po’ grandicello. Mia madre, ex velista proveniente da una famiglia di velisti, mi aveva iscritto ad un corso intensivo presso il circolo Erix di Lerici, storicamente diretto dallo stesso Vasco, di cui era anche il principale istruttore.

Durante il corso, il buon Vasco passava spesso da slanci di entusiasmo circa la bellezza della vita a tirare delle madonne se sbagliavamo a timonare o a cazzare o a issare o altre operazioni a vela. Mi sembrava di non essere mai pronto. Mi sembrava di farmi sorprendere continuamente. Che sia quello il più grande insegnamento di un istruttore di vela? Il suo umore “girava”, come “gira” il vento, come se un’intera vita in balia dei venti avesse trasformato lui stesso in un vento.


[ringrazio Danilo Othavio per il supporto filologico dialettale]
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