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Pierotti, dove sei?

Pierotti ci spiegava che la cosa più bella nella vita di un uomo eterosessuale è accarezzare la pelle di una donna, e che l’epoca d’oro della musica andava dal ’67 al ’74. Nel ’67 iniziava la fase psichedelica con Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band dei Beatles, Surrealistic Pillow dei Jefferson Airplane e The piper at the gates of down dei Pink Floyd. E proseguiva fino al ’74 attraversando l’epopea del progressive, il suo genere preferito, perché nel progressive le canzoni iniziano in un modo e finiscono in un altro.
 
Il giorno del 1975 in cui la Disco prese il posto del Rock nelle radio, nei juke-box e nelle vite, Pierotti se lo ricordava perfettamente. Annunciata dal flauto ruffiano di The hustle di Van McCoy, la Disco si presentò strizzando l'occhio al mondo e non se ne andò più. Per quelli come Pierotti la festa era finita, mentre iniziava per i più. Andatevi a sentire The hustle e capirete come mai a un certo punto l'umanità è diventata un po’ più stupida. A colpi di ombrellini di carta colorata infilati nei drink, a pochi anni dalla contestazione, l’edonismo di massa trionfava sul popolo, distraendolo così dalla lotta di classe che, tanto per cambiare, avrebbe perso per l’ennesima volta nella storia.

Per tutta la durata delle superiori, il docente di storia e italiano cambiò ogni anno e al quarto anno era salito in cattedra lui. Al primo impatto, Pierotti, non sembrava ne italiano ne contemporaneo. Sembrava più un francese di metà anni Ottanta, finito per qualche sortilegio in un istituto agrario della più remota provincia italiana di metà anni Novanta. La parsimonia quasi contadina nel portamento e le mani - una perennemente in tasca, l'altra delegata a gesti lenti e misurati - segnate dal lavoro in campagna, mettevano in risalto l’eleganza dei suoi abiti, che erano sempre fuori moda ma che sembravano gli unici possibili per il suo stile, così come sembrava l’unica possibile la sua acconciatura con frangetta davanti, lunghezza dietro e barba di una settimana.

Pierotti allora aveva circa quarantacinque anni e quando gli chiedevamo quale fosse stata la sua età preferita, ci rispondeva che l’età in cui si sarebbe fermato volentieri erano i trent’anni, quando sei ancora giovane ma abbastanza maturo. L’età in cui, almeno fino a quel momento, ci si iniziava a fare una posizione e a stare meglio, sotto diversi punti di vista. Il mio primo pensiero andò al suo look, palesemente indietro rispetto alla moda, e mi fu abbastanza chiaro di come la sua potesse essere una specie di barricata dentro i suoi trent’anni che, non a caso, coincidevano con gli anni Ottanta.

O forse no. Forse voleva semplicemente indossare degli abiti - dei completi, per la precisione - ancora buoni e comodi, evitando così di spendere soldi in vestiti nuovi, restando fedele a un ideale di sobrietà nei consumi e di elevazione morale che lo avvicinava a certi filosofi dell'antichità. Pierotti era una specie di Socrate, dotato di quel demone generoso e saggio che spinge determinate persone ad aiutarne altre a portare alla luce la conoscenza che hanno dentro: la maieutica, per intenderci. Più volte, infatti, ci disse che lui non aveva risposte e nemmeno voleva insegnarci a trovarne. A lui premeva che noi imparassimo a farci delle domande.

Avevamo molto rispetto nei suoi confronti, come se ne ha delle persone autorevoli: quel sano sentimento di rispetto che nasce dalla stima e dalla gratitudine. Avevamo tra i diciassette e i diciotto anni, facevamo una scuola professionale che non ci dava stimoli, e ci rendevamo perfettamente conto di quanto valessero quelle poche ore alla settimana con quell’uomo. Le aspettavamo. Eravamo una giovane platea poco propensa allo studio eppure curiosa, forte del quotidiano confronto con i diversi dialetti che quella frontiera regionale chiamava a convivere.

Quell'istituto, sperduto tra i monti della Lunigiana, reso inagibile dal terremoto del 2012, era l’insospettabile meta di studenti provenienti dalla Lucchesia e dalla provincia spezzina, studenti che imparavano a ridere l’uno dei folclori dell’altro, facendo parodia del rispettivo orgoglio di campanile. Pierotti era un docente ideale e lo era soprattutto per una scuola del genere. Di fatto, è stato l’unico insegnante che mi abbia lasciato davvero qualcosa, l’unico che mi abbia fatto capire l’importanza della scuola come esperienza e quanto possa essere bello insegnare. Se a un certo punto mi sono trovato dall’altra parte della cattedra, lo devo sostanzialmente a lui.

Le sue lezioni erano sempre dei viaggi attraverso momenti storici, citazioni letterarie, problemi filosofici, esperienze personali e dove le divagazioni, di cui ci rendeva sempre partecipi, non portavano mai fuori strada. Al contrario, erano il luogo intimo e condiviso dove la teoria diventava spunto di riflessione e lo spunto di riflessione consapevolezza. Diventava insomma qualcosa di spendibile, in quella scuola così mal concepita, dove le ore di tirocinio nelle serre, anziché per fare pratica su potature o innesti, venivano impiegate per farci rinvasare i gerani che la scuola avrebbe messo in vendita. Una sorta di sfruttamento minorile mascherato dall'indirizzo florovivaistico dell'istituto-azienda. Noi lo sapevamo benissimo, infatti con quelle montagne di terriccio facevamo tutto tranne che rinvasare.

L'Ultima volta che ho visto Pierotti, un mese dopo la fine della scuola, era sdraiato nel suo gozzo nella darsena di Fiumaretta, a pochi metri dalla banchina. Reggeva una canna da pesca come si regge un alibi. In realtà era palesemente assorto, dondolato dalla sua barca, sotto il sole mite del tramonto estivo. Quel suo atteggiamento era di per se stesso un insegnamento. E attraverso questa ultima lezione su come i piaceri della vita siano fatti di piccole cose, da somministrare in piccole dosi, sembrava voler dire “ho vinto”. 
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