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Museo "Amedeo Lia" (La Spezia)

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Al Museo Lia è presente un importantissimo nucleo di nature morte di produzione tardo rinascimentale e barocca, alle quali vengono affiancati altri capolavori provenienti dalla collezione privata Lia, dai testi figurativi seicenteschi di Cristoforo Munari e Octavius Monfort al florilegio di Fillipo De Pisis, opera eccellente che per cronologia e contenuti dialoga perfettamente con la silloge proposta dal Camec. Veri capolavori, le nature morte sono state ordinate a cura di Andrea Marmori e Francesca Giorgi lungo il percorso espositivo, nel cuore della pinacoteca del Museo, e costituiscono una pausa di riflessione che vuole condurre alla grande sala XIII del museo, interamente dedicata a questo genere pittorico che tanto successo conobbe a partire dalla fine del Cinquecento.

Di seguito le opere esposte in mostra con una breve scheda:



– Francesco Guardi, Venezia, 1712-1793, Composizioni floreali poste su basi rocciose, olio su tela

Questa meravigliosa tela per la vivace profusione di rose, tulipani, garofani e altri fiori resi con vaporosità e virtuosismo è ricondotta, per l’alto livello qualitativo, a Francesco Guardi, noto per i vibranti paesaggi lagunari. Il dipinto trova un confronto significativo con le due composizioni floreali conservate al Museo Diocesano di Trento, ritenute opere del periodo giovanile del pittore e descritti come “una cascata di rose, di tulipani, di campanule, di fiori selvatici: un intersecarsi di petali luminosi e di foglie dal verde più svariato, i quali hanno la leggerezza delle farfalle e scintillano netti e armonici sopra il fondo unito, di quell’azzurro argentino inimitabile che solo Guardi conobbe”.



– Octavianus Monfort, attivo a Torino 1646-1696, Nature morte, tempera su pergamena

Octavianus Monfort fu attivo con certezza per oltre un cinquantennio a Torino, responsabile di un gruppo di miniature, firmate e datate, raffiguranti nature morte, e ancora di una serie di miniature firmate ma non datate, sempre raffiguranti nature morte o, in qualche caso, scene sacre. L’artista rivela in queste opere una perfetta conoscenza delle miniature di Giovanna Garzoni, attiva per la corte sabauda fra 1632 e 1637, alla quale le due pergamene sono state altresì attribuite. In particolare appare dipendere dalla illustre miniaturista marchigiana la tecnica messa in atto, espressa con una pittura granulare e puntinata, così come la trattazione esatta e perfetta di elementi naturalistici



– Filippo De Pisis, Ferrara 1896-Brughiero, 1956, Natura morta autunnale, olio su tela

La tela è firmata e datata “LONDRA, DE PISIS 35”, con l’ultima cifra corretta in seguito in “8”. La malinconica natura morta, eseguita dunque nel corso del soggiorno londinese, è stata esposta alla personale del pittore a Palazzo dei Diamanti di Ferrara nel 1951, e rappresenta frutti autunnali disposti su piani obliqui, privi di resa prospettica, secondo un modulo rappresentativo ripetuto dal pittore innumerevoli volte nelle sue nature morte. La gamma cromatica asseconda la stagione, i toni sono caldi eppure opachi, giocati sui toni bruni e ambrati resi con pennellate lievi e vibranti, ai quali si sovrappongono graffi e rigature a sottrarre la materia pittorica.



– Anonimo seguace del Maestro di Hartford, Natura morta con frutta e verdura, olio su tela

La mancanza di unità spaziale fra le varie forme dipinte fa pensare che l’opera sia stata concepita come campionario, ossia un sussidio utilizzato in una bottega specializzata per allestire composizioni di fiori e frutti, resi episodicamente. L’ignoto autore parrebbe un artista attivo a Roma negli anni intorno al 1630, un pittore di cui non è facile ricostruire l’identità, responsabile di alcune tele di uguale concetto, denominato convenzionalmente con l’etichetta di Anonimo seguace del Maestro di Hartford. A tale artista si riferisce difatti un nucleo di opere di forte ascendenza caravaggesca, dove è possibile ravvisare affinità precise nella scelta e nella resa dei vegetali, coì come nell’alzatina di maiolica.



– Anonimo Italiano del XVII secolo, Natura morta con aragosta e vaso di farmacia, Natura morta con pesce limone, olio su marmo

Creati in pendant i due piccoli e raffinati dipinti sono realizzati su un materiale di supporto che va forse identificato nel cottanello antico, e risultano databili alla seconda metà del Seicento. Correntemente riferiti a un artista genovese i dipinti sono per ora difficilmente attribuibili, anche in considerazione della loro rarità. Sono infatti assai poche le nature morte dipinte su pietra note agli studi: pezzi di maggiori dimensioni furono eseguiti in Lombardia da Giovanni Saglier e sono conservati a Palazzo Borromeo, all’Isola Bella. Qualche elemento in comune sussiste con le opere ricondotte a Gian Domenico Valentino, autore principalmente di interni di cucina dove vengono elaborate complesse composizioni raffiguranti utensili in rame, terrecotte, verdure e selvaggina.



Cristoforo Munari, Reggio Emila 1667-Pisa, 1720, Natura morta con frutta e porcellane, olio su tela

La splendida tela denota i caratteri tipici del catalogo di Cristoforo Munari, dove spiccano le porcellane azzurre e bianche, specchiate nel piatto di peltro, e gli agrumi tagliati e sbucciati. Dalla natia Emilia Munari era giunto a Roma allo scadere del Seicento, entrando in contatto con il vivace ambiente dei fiamminghi, dai quali assorbe la stessa precisione di resa e il rigore cristallino. A Firenze fin dal primo decennio del XVIII secolo, qui si specializza nella figurazione di arance, pompelmi, limoni, mandarini, i dorati pomi delle Esperidi che tanto piacevano al suo principale committente, Ferdinando Medici, il quale richiedeva al pittore tele per le ville di campagna, dove effettivamente venivano messe in mostra le straordinarie collezioni di agrumi, vero vanto della famiglia granducale.




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