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Quell'amicizia tra Italia e Usa nata nella baia di Panigaglia

di Alberto Scaramuccia

Una storia spezzina
Navi americane alla fonda, scialuppe con a bordo gli invitati, la città lontana

- Venerdì scorso i ministri degli Esteri di Italia e Usa hanno ribadito l’amicizia fra i due Paesi che dura da 160 anni, da quando il neonato Regno italiano mandò un rappresentante a Washington.
Ma i buoni legami che uniscono Italia e Stati Uniti risalgono ad ancor prima quando nella Penisola c’erano tanti Stati uno dei quali, il Regno di Sardegna, permise nel 1851 ad una squadra navale a stelle e strisce di fare base a Panigaglia.
Ma la presenza americana nel Mediterraneo risaliva ad ancor prima. Già nel primissimo Ottocento gli Usa avevano combattuto e vinto i pirati barbareschi che dalle basi di Algeri, Tunisi e Tripoli infuriavano sui traffici marittimi. Era una minaccia assai datata che i testi antichi chiamano “oppressio Saracenorum”, un latino cui non serve la traduzione per essere inteso. Dieci navi americane ebbero ragione dei predoni e una squadra di quattro legni rimase a Puerto Mahon a Minorca. Da lì a metà Ottocento traslocò a Panigaglia quando a far paura erano le molto instabili penisole italiana e balcanica. Così, tre velieri e una steam frigate mossero per stabilirsi sulla costa occidentale del Golfo.
Il primo Comandante dello squad fu l’Ammiraglio Silas Horton Stringham, grande esperto del Mediterraneo conosciuto da quando giovanissimo aveva partecipato alla guerra contro i pirati. Le sue navi battevano il grande lago salato fino all’Egeo ma facevano anche vita sociale. Un’immagine, reperita in un sito non più attivo, mostra la flagship Cumberland, nave ammiraglia, ospitare un ballo cui partecipò anche un Senior Officer della Marina borbonica, un ufficiale di Stato Maggiore: navi americane alla fonda, scialuppe con a bordo gli invitati, la città lontana.
L’avventura americana presso la Sprugola finì nel 1861, La guerra di secessione richiamò in patria navi e uomini ma nel dialetto il cimitero degli Yankees continuò ad essere dei Genchi.
Nel ’52 a Stringham fu chiesto dal genovese Marchese Doria se il Golfo avrebbe potuto essere sede di Arsenale. Cavour aveva appena lanciato l’idea di fare qua il nuovo stabilimento della Marina e l’argomento Arsenale alla Spezia era all’ordine del giorno suscitando perplessità e consensi.
Stringham, che ci capiva, rispose che sì: buona posizione, buoni fondali, buon approvvigionamento idrico. Giulio Rezasco pubblicò a fine Ottocento la risposta ma nessuno mai s’accorse che l’Ammiraglio definisce il Golfo harbor. Dovrebbe essere harbour, ma la parola, al di là della grafia, indica nell’idioma di Albione il porto naturale, mentre port designa lo scalo artificiale: nella denominazione stava scritto un destino.

ALBERTO SCARAMUCCIA

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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