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Ettore Godani e l'anarchismo nostrano

di Alberto Scaramuccia

Una storia spezzina
Un'immagine di Viale Garibaldi ai primi del '900 proveniente dalla collezione di Stefano Finauri

- Con “Addio, Lugano bella” comincia la storia romantica dell’anarchia, quella dei “cavalieri erranti” che girano il mondo “a predicar la pace ed a bandir la guerra”, un’immagine che ha affascinato più generazioni proponendo del pensiero libertario un aspetto ideale che, tuttavia, spesso cozzava con i loro comportamenti.
Ho già detto come nel nostro territorio fosse presente e ben attivo un cospicuo gruppo di anarchico che si raccoglieva attorno a Pasquale Binazzi, leader indiscusso che editava “Il Libertario”, settimanale di rilievo nazionale.
Per mantenerlo erano indispensabili i contributi che gli anarchici versavano e che Binazzi puntualmente registrava nel giornale: una ricevuta che certificava l’offerta e invitava i simpatizzanti che non avevano ancora dato a emulare i compagni. All’elenco dei sottoscrittori spessi accompagna anche la causale del versamento: “contro i castratori del pensiero”, “per protesta contro i sequestri arbitrari” ma non mancano anche motivi molto simpatici come “inneggiando alla società redenta dopo una polenta” e “avanzo bicchierata”.
I nomi dei sottoscrittori sono tanti, di tante parti d’Italia, vicine e lontane, segno di una comunanza di ideali che erano per molti non la voglia di fare al rivoluzione, ma solo l’aspirazione ad una vita più degna dove le differenze sociali fossero più contenute.
Fra quelli che sottoscrivono qualche volta trovi, siamo nel 1904, il nome di Ettore Godani, figura semisconosciuta dell’anarchismo nostrale in cui mi sono imbattuto gironzolando in cerca di notizie su quel che ruotava attorno a Binazzi.
L’Ettore, classe 1879, è di Migliarina, la località da cui effettua un versamento per il settimanale. Si converte all’ideale libertario alla fine del secolo ed è attivo nelle proteste e nelle lotte che caratterizzano la vita sociale spezzina a cavallo dei due secoli, gli anni in cui il territorio assume un aspetto prevalentemente industriale con il sorgere di fabbriche dove si lavora tanto e si guadagna poco.
Ugualmente è un acceso antiinterventista e alla fine della guerra scende in piazza per protestare contro la mancanza di lavoro. Più volte protesta ed altrettante viene arrestato. Lo processano ma, anche se esce sempre assolto, è tenuto d’occhio. Per questo, dopo una lunga detenzione per l’assalto alla polveriera di Vallegrande, emigra in Francia con moglie e figli (nove). Il maggiore si chiama Carlo Cafiero, segno inequivocabile di una convinzione.
Morirà all’estero a guerra finita ma non se ne sa la modalità.
Una figura piccola che pure concorre a delineare la fisionomia della Spezia di cent’anni fa.

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