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"My name is Rin", Nicolò Puppo racconta i minatori del Kawah Ijen

Lavoro e vulcani, è uscito il primo documentario del fotografo sarzanese già selezionato per due festival internazionali. "Ho seguito per 24 ore la vita di un uomo semplice ma straordinario".

Un fotogramma di "My name is Rin"

Sarzana - Val di Magra - Fiamme azzurre, zolfo e un legame viscerale fra l'ambiente vulcanico e le persone che lo vivono lavorando in condizioni disumane. C'è la coinvolgente, a tratti estrema, rappresentazione di un mondo che appare lontanissimo nel primo cortometraggio realizzato dal fotografo sarzanese Nicolò Puppo e pubblicato in questi giorni. “My name is Rin” segue infatti per 24 ore la vita di un minatore che vive sulle pendici del Kawah Ijen, in Indonesia, e ogni giorno – per sostenere la propria famiglia – compie la propria personale discesa agli inferi per poi risalire con decine di chili di lastre di zolfo sulle spalle per poi ricavarne l'equivalente di pochi euro. “Un uomo semplice e meraviglioso” come lo definisce l'autore a CdS, perfettamente corrispondente al pastore errante dell'Asia descritto da Giacomo Leopardi e qui narrato dalla voce di Arnoldo Foà nei minuti finali di un esordio di forte impatto a cui hanno collaborato anche Debora Bosoni, Beatrice Mencarini e Walter Ubaldi.

Come è nata l'idea di raccontare la quotidianità di un luogo così particolare?
“Da tempo sono appassionato dei binomio fra i vulcani e le culture che ci vivono attorno. Sto facendo un progetto a lungo termine dedicato all'Etna e fra i vari reportage sull'argomento mi aveva colpito molto quello storico di Sebastiao Salgado che fra i primi aveva raccontato la storia di questi minatori. Tutto è poi coinciso con un mio viaggio in Indonesia, ho preso alcuni contatti con le persone del luogo e ho conosciuto Rin. Ho vissuto con lui un'intera giornata e l'ho voluta raccontare così anche nel metodo di ripresa: siamo partiti a Mezzanotte e siamo saliti fino alle pendici del vulcano per poi scendere verso la zona in cui si forma lo zolfo che viene estratto a mano”.

Qual è stato invece l'approccio col protagonista che viene ripreso nella sua quotidianità, dal lavoro pericolosissimo alla vita in famiglia?
“Ci siamo parlati e ci siamo subito piaciuti, Rin è stato molto contento. Gli ho chiesto di essere naturale e mi sono solo limitato a seguire la sua giornata. E' stata un'esperienza affascinante perché ho cenato con loro e sono stato fortunato con il poco tempo a disposizione a tirar fuori del materiale coerente con quello volevo. Grazie anche a servizi fatti nel tempo da BBC o National Geographic la zona è ora conosciuta anche fra i turisti, tanto che molti minatori hanno cambiato lavoro guidando le persone che arrivano. Avevo paura che un eccessivo esotismo mi portasse altrove nella scelta delle immagini che volevo invece focalizzate sulla storia semplice di un uomo straordinario. Mi ha impressionato la simbiosi che si è creata fra l'uomo e l'ambiente del vulcano, quasi come se non riesca a fare a meno di quell'habitat. Un qualcosa che nel bene e nel male va ben al di là del lavoro".

La fatica e i pesi sulle spalle di Rin sono un filo conduttore del cortometraggio ma il vulcano ha rappresentato sicuramente una “prova” fisica anche per lei
“Le condizioni sono difficili perché ci sono continue folate di gas solforoso e all'interno del lago acido ci sono le esalazioni delle cosiddette “blue flames”. Una situazione che loro affrontano coprendosi il volto con dei cenci mentre spaccano i blocchi incandescenti di zolfo prima di caricarli nelle ceste. Io sono sceso con la maschera antigas e mi sono reso conto del perché abbiano aspettative di vita bassissime e il loro venga da sempre raccontato come uno dei lavori più pericolosi al mondo”.

“My name is Rin” è già stato selezionato per il Golden Short Film festival e il “Pimff” di Praga, che effetto le fa essendo alla prima esperienza con questo mondo?
“Queste due prime selezioni mi hanno fatto particolarmente piacere e sono molto stimolati perché il vero banco di prova è mostrare alle persone quello che hai fatto. Dopo aver realizzato alcuni video ho iniziato ad approcciarmi a questo tipo di produzione perché mi piacerebbe intraprendere una nuova carriera lavorando a progetti di documentari narrativi. Un genere che seguo da tempo anche per l'ammirazione che nutro per Gianfranco Rosi e altri registi di questo genere. Sono sempre convinto che si possano trovare storie interessanti anche dietro casa, quindi farò qualcosa anche qui in zona”.

"My name is Rin" si può vedere QUI


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