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Muore in ospedale, la famiglia: "Attendiamo risposte da quattro mesi"

Carla Bertella di Catelnuovo Magra era entrata al Sant'Andrea il 28 ottobre ed era deceduta l'11 novembre. Il figlio: "Inascoltata anche l'istanza al Tribunale del malato. Si può evitare che si ripetano altri casi analoghi".

Il caso
Ospedale Sant'Andrea

Sarzana - Val di Magra - “A oltre quattro mesi dalla morte di mia madre attendo ancora una risposta dall'Asl 5, per chiarire cosa è accaduto e fare in modo che quanto successo a lei non si ripeta”. Gabriele Tognoni inizia così il racconto di quanto avvenuto all'ospedale Sant'Andrea della Spezia dove lo scorso 28 ottobre era stata stata ricoverata l'82enne Carla Bertella, dopo la frattura del femore in seguito ad una caduta davanti alla propria abitazione di Castelnuovo Magra. La donna, dopo il passaggio in medicina era stata poi spostata in ortopedia dove l'11 novembre era deceduta in seguito ad un'emorragia interna.
“A oggi – sottolinea il figlio della vittima – né il primario né la direzione sanitaria hanno ritenuto di dover far pervenire alla mia famiglia alcune comunicazione, come se quanto accaduto fosse la cosa più normale. Per questo ho coinvolto anche il Tribunale del malato inoltrando un esposto dettagliato il 24 novembre, con lo scopo di avere un incontro con l'azienda. Quattro giorni dopo il Tribunale ha chiesto la convocazione di una commissione conciliativa ma Asl si è fatta sentire solo l'8gennaio, non con una risposta alla richiesta ma con una semplice nota interna che ripercorreva la cartella clinica. Un ulteriore sollecito è stato fatto infine l'11 marzo ma non ha avuto alcun esito. Non si doveva arrivare a questo punto – afferma con amarezza – anche perché nessuno può restituire Carla a me e alla mia famiglia però l'ascolto delle nostre istanze potrebbe scongiurare il ripetersi di altri episodi simili”.

Nell'esposto al Tribunale del malato sono infatti riassunti i motivi sui quali si chiede chiarezza e un intervento dell'Asl: “La mancata adesione alle linee guida nazionali ed internazionali per l'intervento di frattura di femore (intervento con urgenza differibile da eseguirsi entro le 48 ore dall'evento) senza una motivazione clinica reale: mancata valutazione del rischio di caduta al momento del ricovero e di ricaduta a seguito della prima intraospedaliera avvenuta il 6 novembre; introduzione di misure preventive del rischio caduta del tutto inadeguate: “barricate” con tavolini e sedie per evitare l'uscita dei pazienti dal letto”. Assistenza numericamente non adeguata - si legge ancora - a favorire la precoce mobilizzazione dei pazienti operati e la progressiva ripresa delle autonomie; personale sottodimensionato in relazione alle esigenze dei degenti; letti non adatti a persone che presentavano stati cognitivi alterati a rischio caduta; campanello del letto numero 1 che per ben tredici giorni consecutivi non ha funzionato nonostante le segnalazioni della malata e del sottoscritto; primario che non ha orario di ricevimento né un'agenda che consenta ai parenti di avere notizie cliniche dei famigliari”.

“Mia madre – riprende Tognoni – non è stata operata entro le 48 ore previste ma solo il 3 novembre perché le sale operatorie funzionavano a regime ridotto a causa del prelievo di personale in altri reparti a causa dell'emergenza Covid. Tre giorni dopo l'intervento perfettamente riuscito e l'assenso del fisioterapista all'attività, mia madre si è alzata per andare in bagno ed è caduta in stanza ed è stata subito sottoposta a radiografia alla protesi e tac alla testa che ha dato esito negativo. La sera del 7 novembre infine è riuscita di nuovo a sfilarsi dalla parte non protetta del letto, dove il personale è costretto a fare barriere di fortuna, ed è nuovamente caduta in corridoio. In questa occasione – spiega il figlio – è stata sottoposta ad una radiografia al braccio sinistro ma non a tac alla testa. Da lì è iniziato il rapido declino di cui mi sono reso conto anche io fino al netto peggioramento del 10 novembre quando la tac ha confermato l'emorragia alla quale non si poteva porre rimedio come confermato dal neurochirurgo del San Martino al quale è stata chiesta una consulenza. La mattina successiva ci hanno avvisati del decesso e ad oggi non sono ancora riuscito a parlare con nessuno. Abbiamo atteso molto tempo sperando che qualcuno si sarebbe fato vivo, abbiamo dato tempo anche alla nuova direzione di insediarsi ma senza alcun risultato. Stiamo ancora valutando eventuali azioni legali e richieste danni – conclude – anche se queste ricadrebbero probabilmente sul personale infermieristico che non ha responsabilità sulle criticità che abbiamo segnalato e che andrebbero sanate per il bene di tutti i pazienti”.

BENEDETTO MARCHESE

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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