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Atahualpa

di Beppe Mecconi

Quisquilie e meraviglie
La spiaggia di San Terenzo, 27 maggio 2020

- Faceva caldo, erano seduti all’ombra della vela bianca che faceva da copertura al bar gelateria sul lungomare, una decina, amici fin dalle elementari, alcuni fin dall’asilo, che era gestito dalle suore e dal quale si vedeva il mare e dove nel muro di pietra del cortile, in un incavo che voleva sembrare una piccola grotta, c’era una madonnina vestita d’azzurro che sorrideva quando i bambini le correvano davanti ridendo e giocando. C’erano andati praticamente tutti.
Insomma, erano tutti lì al bar a bighellonare e avevano diciotto anni; qualcuno aveva terminato le scuole, qualcuno no, qualcuno in autunno avrebbe iniziato l’università, altri già lavoravano.
Era un tardo pomeriggio d’estate, la spiaggia, appena aldilà della strada dove ininterrottamente passavano corriere e auto che cercavano invano un posteggio, era gremita – loro al mare ci andavano all’una o dopo le 19, quando i bagnanti, per la maggior parte parmigiani, tornavano alle case affittate o nelle pensioni a mangiare. In quegli intervalli la sabbia sollevata dal nuoto e dai giochi di quelle centinaia di persone si depositava e l’acqua tornava limpida, perfetta per un tuffo o una nuotata, e potevano anche scalmanarsi giocando a pallone o alla “baleta” sulla spiaggia semi deserta senza dover litigare coi foresti –; qualcuno leccava un gelato altri bevevano, chi una birretta, chi una bibita, chi una granita, e furono proprio le granite a riportarli ad Atahualpa.
«Ma voi l’avete mai più rivista?» Chiese Pasquale.
No, nessuno ne aveva saputo più nulla. Seguì un silenzio denso di pensieri, con gli occhi aperti persi nel vuoto ognuno inseguiva il proprio ricordo di lei; infine il Mora alzò il suo bicchiere e disse: «Ovunque tu sia, divina Atahualpa, noi ti auguriamo dal profondo del cuore la vita migliore che tu possa avere, e che senza dubbio ti meriti.» Tutti si unirono al brindisi.
Era una storia di qualche anno prima e quasi dimenticata; seconda, terza media, quando iniziavano a scandagliare le meraviglie degli innamoramenti e del sesso. La maggioranza di loro scopriva la sofferenza e la gioia degli innamoramenti, pochi altri, essenzialmente Cavallo, il sesso.
Alla marina, da anni, sotto al piccolo castello e vicino alle barche tirate in secca, nei mesi estivi aprivano due baracchini che vendevano gelati, caramelle, focaccia e granite, erano gestiti da famiglie del paese.
Quell’estate, di quando erano alle medie, quello dove andavano più volentieri, perché la padrona, la Dina, metteva più sciroppo nelle granite, era stato affittato a persone che venivano da Spezia, mai viste prima; marito, moglie e figlia.
Lei, la figlia, era di una bellezza travolgente!
Aveva i loro stessi anni ma già era sbocciata come solo certe ragazze di quell’età sanno fare, quelle che nei libri fanno impazzire i professori quasi quarantenni e nella vita vera potrebbero, se volessero, fare impazzire chiunque.
Avrebbe potuto benissimo essere la protagonista di un romanzo, e Giosuè, l’autunno successivo, ché non riusciva a togliersela né dagli occhi né dalla mente, la descrisse così in quaderno dalla copertina verde: “Una cascata, fin quasi a metà schiena, di boccoli castano scuro dai luminosi riflessi le incorniciava l’ovale perfetto del viso dove scintillavano le scaglie d’oro degli occhi verdi, grandi e profondi e forse un poco tristi.
Le labbra, rosa come i petali delle più belle rose selvagge che a maggio fioriscono a volte tra i rovi delle more, erano carnose e lucide e si schiudevano, mostrando una collana di perle perfette, in un sorriso insieme ingenuo e involontariamente malizioso.
Le belle spalle sorreggevano il florido seno che, palesemente, e senza nulla che lo sorreggesse, mirava senza vergogna alcuna a confutare la più nota di tutte le teorie di Isacco Newton.
Le gambe lunghe e abbronzate sembravano quelle prese a modello per le Grazie del Canova e da lui stesso tornite, ma senza dubbio più morbide, e tiepide.
I fianchi stretti, elegantissimamente modellati, si allargavano armoniosamente in una aurea curva fino ad approdare ai glutei i quali, definitivamente e inconfutabilmente, rivelavano a ognuno, credenti o meno, l’esistenza degli Dei”.
Il primo di loro che la vide fu il Faridaz, era andato al baracchino con la voglia di una granita tamarindo e orzata ed era tornato con un triste pacchetto di caramelle all’orzo in mano perché non era riuscito a dirle una parola e aveva finito col comperare, in un silenzio assoluto e imbarazzante, la prima cosa che aveva davanti. Ancora senza parole e con lo sguardo perso nel nulla restò qualche interminabile minuto davanti al gruppo che cercava, senza successo, di capire cosa gli fosse capitato, infine si scosse e con un filo di voce disse di essere perdutamente innamorato.
Così andarono a turno a vederla, in coppia, spavaldi (le calde e lunghe sere d’estate li avevano addestrati a fare la corte alle ragazzine di Parma scese per le vacanze al mare, ed erano, chi più chi meno, abbastanza spigliati), ma davanti a quello splendore mai neanche immaginato di bellezza e sensualità acerba ma gloriosamente manifesta, perdevano tutti quanti la baldanza. Restavano senza parole, lì, a guardarla.
Avevano inconsciamente compreso di essere davanti al sacro, all’eterno femminino; di trovarsi al cospetto di una manifestazione di Afrodite, di Ishtar, di Ashtarot; il loro giovane inconscio aveva intuito che di fronte avevano un’emanazione della Dea della bellezza, dell'amore, della sessualità, della lussuria.
Da quel giorno si limitarono ad ammirarla da lontano, seduti sul muretto della passeggiata, e andavano a comprare ghiaccioli e granite all’altro banchetto.
Per tutta quella lunga estate abitò le loro fantasie e i loro sogni, ma mai nessuno riuscì a parlarle.
Non sapevano neanche il suo nome, così qualcuno la chiamò Atahualpa, pensando fosse il nome di una leggendaria sinuosa divinità femminile sudamericana.
Soltanto anni dopo scoprirono che era il nome dell’ultimo sovrano Inca, garrotato in nome di Dio nel 1533.

BEPPE MECCONI

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