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La città del quarto d'ora

di Giorgio Pagano

Luci della città
Siena, piazza del Campo (2005)

- L’alluvione accaduta in Germania -che si accoppia con le temperature estreme registrate in Canada, con la fusione dei ghiacci polari e con l’innalzamento del livello dei mari- ha un nome e cognome: si chiama cambiamento climatico. Come ci spiegano gli scienziati, l’aumento dei gas serra fa sì che la Terra trattenga sempre più il calore in arrivo dal Sole. Così nell’atmosfera si accumula una quantità di energia che poi si libera sotto forma di eventi metereologici via via più frequenti e più estremi. Il fatto che la fonte del riscaldamento è umana deve essere considerata, in fondo, una buona notizia: perché se la fonte fosse naturale non potremmo farci niente. Invece conosciamo la causa: l’aumento dei gas serra. Possiamo quindi fare qualcosa affinché gli effetti dannosi delle attività climalteranti vengano ridotti.
Dal punto di vista di principio e anche politicamente in Europa ci stiamo muovendo in un modo senza precedenti. Ma l’influenza di determinate lobby è ancora forte e mette dei limiti a quella che deve essere una vera e propria transizione ecologica globale, non solo energetica. Il caso di Enel, su cui insisto da tempo a proposito del suo progetto di costruzione di una centrale a gas a Vallegrande, è emblematico (rimando al mio ultimo articolo in materia su questo giornale, “Nuova centrale a gas a Vallegrande, la partita è aperta”, Lettere a Cds, 29 giugno 2021). Siamo in una fase eccezionale della storia: dopo aver modificato il pianeta, dobbiamo essere capaci di eliminare gli effetti negativi di questo cambiamento. L’Europa ci sta provando, tra molti limiti e molte resistenze, l’Italia è più indietro ancora. E le città? Potrebbero “trascinare” il Paese in questo cambiamento epocale, ma non lo fanno. Per farlo dovrebbero proporre un’idea di futuro a emissioni zero, come succede in altre città del mondo. C’è un’occasione per le città, anche per la nostra: il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).
Su questo Piano non si è alimentato nel Paese nessun dialogo sociale su come utilizzare, e con quale visione di prospettiva, i finanziamenti europei. Conte ci aveva quantomeno provato, Draghi non ci ha nemmeno pensato. Ma senza una conversazione pubblica che costruisca una visione condivisa l’occasione rischia di essere sprecata.
Facciamo l’esempio delle città, che catalizzeranno molte risorse. I Comuni hanno rovistato nei cassetti per tirar fuori vecchie proposte. O ne stanno preparando di nuove. Ma con quale idea di città? Non lo sappiamo, perché non se ne discute in nessuna occasione. Tantomeno a Spezia.
Tempo fa ho proposto -nell’articolo di questa rubrica “Quel muscolo che si è rimpicciolito”, 14 febbraio 2021- di lavorare, come a Parigi, alla “città del quarto d’ora”. Una città in cui i servizi essenziali e tutto ciò che serve nei diversi quartieri sia raggiungibile in non più di un quarto d’ora, a piedi o in bici. Una città multicentrica, con il passaggio dal concentrato al distribuito, da pochi centri commerciali a tante botteghe di quartiere, e così via: la mobilità sarebbe totalmente ripensata, perché l’auto servirebbe molto meno. Una città in cui alla prossimità delle funzioni corrisponda una prossimità delle relazioni, con maggiori opportunità per le persone di incontrarsi, dialogare e conversare per progettare assieme il futuro, avere cura reciproca e dell’ambiente.
L’unico scenario compatibile con l’impegno di lasciare ai giovani una città a emissioni zero. Non bastano, infatti, le energie rinnovabili al posto di quelle fossili, bisogna anche ridurre l’uso della mobilità privata.
Per saperne di più consiglio la lettura del libro di Ezio Manzini, professore onorario al Politecnico di Milano, “Abitare la prossimità - Idee per la città dei 15 minuti”. Potrebbe essere questo -la “città del quarto d’ora”- lo scenario condiviso attorno a cui muoversi con progetti concreti e tecnicamente fattibili per utilizzare i finanziamenti europei. Secondo Manzini esistono, oltre a questo, altri due scenari, entrambi da evitare:
“Uno di essi è la città delle distanze: la città modernista divisa in zone monofunzionali separate tra loro, che oggi prova ad aggiornarsi auto-definendosi ‘smart’ e affidando alla tecnologia la soluzione di tutti i problemi che lei stessa ha generato. L’altro scenario è la città del tutto a/da casa: la città in cui si lavora, studia e consuma stando nel proprio spazio privato. Una maniera di pensare e di fare che, in nome di una pretesa comodità (per chi sta dalla parte del cliente) produce un diffuso distanziamento sociale (che, a pandemia finita, si praticherà non per obbligo ma per convenienza). Uno scenario emergente, spinto dai colossi delle piattaforme e dall’opportunità di pigrizia asociale che offre”.
Purtroppo il confronto tra i tre scenari non si fa. Nei prossimi mesi in molti piccoli e grandi Comuni dell’Italia e della Liguria i cittadini sceglieranno il nuovo Sindaco. Impegniamoci perché i diversi candidati siano attivi nel proporre idee di città, programmi per attuarle e linee guida per l’utilizzo dei fondi del Pnrr. E proponiamo loro lo scenario innovativo. Altrimenti a prevalere saranno gli scenari basati sulle inerzie dei sistemi e sul potere dei più forti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Firenze, piazza Santo Spirito (2016) Giorgio Pagano


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