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"La scuola non è ancora pronta? Tamponi rapidi negli istituti"

La proposta e la critiche di Sansa e Centi: "Studenti vengono dopo tutto, non bisogna stupirsi se poi lo smarrimento cui sono costretti a vivere esploderanno in qualche modo".

"società divisa tra generazioni"
Tamponi

Liguria - Dopo una giornata di forti tensioni tra governo e Regioni a proposito della ripartenza della "macchina scolastica", il decreto prevede, fra le altre misure, anche uno slittamento dell'apertura in presenza delle scuole secondarie superiori, rimandata dal 7 all'11 gennaio, nella percentuale del 50 per cento dell'affluenza. E mentre Veneto, Friuli Venezia Giulia e Marche hanno deciso di proseguire con le lezioni a distanza fino al 31 gennaio, Regione Liguria si adeguerà alle indicazioni del governo. Inutile dire che il riavvio della didattica in presenza è un nodo cruciale in un momento in cui la curva pandemica non è in predicato di scendere: quanto potrà incidere nei ragazzi la loro rinnovata vicinanza nel contagio? Dall'opposizione nel consiglio regionale, Ferruccio Sansa e Roberto Centi hanno delle proposte: "Si avvicina la fantomatica riapertura delle scuole, soprattutto le superiori, e scopriamo che ancora una volta non siamo pronti. Ora non vogliamo farla semplice, ci sono problemi di contagio. Non chiediamo di riaprire a tutti i costi, ma il punto è un altro: le scuole, come dimostrano studi internazionali, sono più sicure di tanti altri luoghi: secondo l'Istituto Superiore di Sanità appena il 2% dei focolai nazionali. Ma non abbiamo pensato ai mezzi pubblici, non abbiamo pensato a effettuare tamponi rapidi di massa negli istituti. Cosa fare? Tamponi, lo abbiamo sempre detto. E una maggiore autonomia ai dirigenti sugli eventuali scaglionamenti. Invece dopo le feste siamo da capo: rischiano di non esserci le condizioni per riaprire".

Secondo Sansa e Centi le responsabilità sono di tutti, a livello nazionale e locale. "Ma la questione va ben oltre la data del 7 o del 9 o dell'11 gennaio. Il fatto è che la scuola in Italia viene dopo di tutto: dopo il lavoro, dopo i trasporti, dopo i ristoranti e i negozi, dopo le palestre, dopo le seggiovie. Basta essere onesti con sè stessi e dirselo in faccia: per noi le scuole e soprattutto i ragazzi vengono dopo. Questi ragazzi, soprattutto quelli delle superiori, che si sentono la vita esplodere dentro, ma devono esprimere questa energia nella solitudine, nei dialoghi smozzicati scambiati attraverso i videogiochi. Basta non stupirsi se poi lo smarrimento cui sono costretti a vivere esploderanno in qualche modo: nel disagio, nell'emarginazione, nelle dipendenze. O anche semplicemente in una società divisa non soltanto tra ricchi e poveri, ma anche tra generazioni. Il punto è che nella nostra Italia di oggi i giovani non hanno voce anche se il Paese di domani sarà nelle loro mani: la gioventù per noi è soltanto un'età di passaggio tra infanzia ed età adulta. Neghiamo la grandezza e l'importanza di questo momento di crisi e sana inquietudine. La gioventù è una malattia da cui guarire.
Forse solo perché la gioventù mette tutto in discussione. Anche noi, anche questa società che abbiamo creato noi adulti. Una società che noi non amiamo ma difendiamo a ogni costo. Lasciamo i ragazzi a casa: non fino all'11, ma fino a giugno, a settembre. Aboliamo la scuola. Facciamo come diceva Woody Allen nel dittatore dello stato di Bananas: da oggi tutti i ragazzi non ancora maggiorenni saranno maggiorenni".

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