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9 marzo 2020, il primo lockdown. Dobbiamo attenderne un altro nel breve termine?

Assuefatti ad un coprifuoco notturno che ci portiamo dietro da mesi, un anno fa ci misurammo per la prima volta con un dpcm che sostanzialmente obbligava la maggior parte della popolazione a stare a casa: non succedeva dai tempi della guerra.

"Italia in zona protetta"

Liguria - Da quanto tempo è in vigore il coprifuoco notturno? E, tornando ancora più indietro, da quando per la prima volta abbiamo familiarizzato con il termine lockdown? I mesi passano, le stagioni hanno fatto il giro e a ben guardare, malgrado l'Italia sia ancora fortemente impantanata nella pandemia, siamo arrivati al fatidico 9 marzo: un anno fa, come se fosse oggi, l'allora presidente del consiglio Giuseppe Conte annunciava "a reti unificate" che tutto il Paese sarebbe andato in lockdown: "Non ci sarà più una zona rossa, non ci saranno più zona uno e zona due, ma un’Italia zona protetta. Saranno da evitare gli spostamenti salvo tre ragioni: comprovate questioni di lavoro, casi di necessità e motivi di salute”, questo l'annuncio rimasto nella memoria di ognuno di noi. Quel giorno in Liguria era già tempo di corsa ai supermercati e ben 3500 turisti in Liguria si palesarono via mail, seguendo le regole dell'ordinanza regionale: con gli ospedali ancora lontani dalla sofferenza, si intravedeva però tutto il potenziale del dramma. Nella nostra regione quel fatidico giorno, si registravano 101 casi positivi di coronavirus da inizio pandemia, con una trentina di nuovi positivi in più rispetto al giorno precedente con otto decessi acclarati: eravamo appena all'inizio i in provincia della Spezia c'erano 13 riceverati e 35 persone in sorveglianza attiva.

Per brevità lo abbiamo definito noi con questo inglesismo ma all'epoca Conte si destreggiò parlando di “zona rossa”, di “quarantena”, misure mai viste per tutte le generazioni uscite dalla Seconda Guerra Mondiale. Un coprifuoco attraverso il quale veniva impedito di sposarsi o celebrare funerali e contestualmente venivano chiuse palestre, piscine, cinema, teatri, musei, centri culturali, spa, centri benessere, discoteche e stazioni sciistiche. Stop ad ogni manifestazione sportiva, sospesi gli esami per la patente. La dead line era stata fissata al 3 aprile ma, mentre alle 18 iniziavano gli appuntamenti sui balconi, buona parte degli italiani aveva capito che non ci saremmo fermati agli albori della primavera: ed oggi, sembra un paradosso ma è verità, l'Italia rischia di dovere richiudere tanto che il primo Dpcm del nuovo premier Draghi rischia di dover essere cambiato pochi giorni dopo la sua entrata in vigore. Perchè la soglia dei centomila morti per il virus impone nuove restruzioni: secondo il primo scenario, quello più estremo, l'Italia potrebbe tornare in lockdown per tre settimane in modo da velocizzare la vaccinazione a più persone possibili; alternativa a questa è l'ipotesi di cambiare i parametri secondo i quali un territorio deve entrare in zona rossa: il Cts ha indicato un rapporto di 250 casi ogni 100.000 abitanti. Una misura considerata necessaria per evitare che anche in regioni colorate di arancione o giallo, i presidenti di regione possano chiudere le scuole al raggiungimento di questa incidenza di contagi. Ma lasciare aperti bar, ristoranti o negozi. La terza ipotesi è quella di far scattare un lockdown generalizzato quando su tutto il territorio nazionale si dovessero superare i 30.000 contagi giornalieri. Le nuove restrizioni scatteranno con tutta probabilità già dal prossimo weekend: oggi come allora la priorità rimane quella di allentare la pressione sugli ospedali.

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