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Quando Libero Marchini si toccava il ginocchio per non fare il saluto fascista

Mentre l'Italia di Mancini spiega la decisione di non inginocchiarsi prima della sfida con l'Austria, la storia Azzurra presenta un precedente illustre con il giocatore di Castelnuovo.

Olimpionico a Berlino nel '36
Libero Marchini

La Spezia - Chissà cosa avrebbe pensato Libero Marchini, medaglia d'Oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936 con l'Italia di Pozzo, del dibattito che in queste ore sta interessando la nazionale di Mancini e che, in serata, sarà chiarito da Leonardo Bonucci in una conferenza stampa alla vigilia del match di domani agli Europei con l'Austria.
Il difensore della Juventus e vice capitano azzurro infatti chiarirà la posizione dello spogliatoio in merito alla decisione di non inginocchiarsi a Wembley per sostenere il movimento “Black Lives Matter” contro il razzismo, dopo che contro il Galles solo cinque giocatori su undici avevano ritenuto di farlo.
Non c'erano dibattiti sui social né conferenze stampa invece negli anni Trenta quando Marchini anarchico, minuto e talentuoso esterno nato a Castelnuovo Magra, si rifiutava di rivolgere il braccio teso al Duce al termine dell'inno nazionale ogni volta che scendeva in campo con gli azzurri. “Sono Libero di nome e di fatto” diceva ai compagni quando metteva in atto la propria personale protesta, come nella foto di fine '36 contro la Cecoslovacchia – con l'Olimpiade già in tasca – in cui Marchini (a cui è dedicato il campo sportivo del suo paese) si tocca un ginocchio mentre i colleghi tendono il braccio destro in segno di saluto.
Un gesto che, come il rifiuto al fascismo, gli è sempre stato perdonato per l'apporto dato in campo. Nato calcisticamente nella Carrarese Marchini ha poi vestito le maglie di Fiorentina, Genoa, Lucchese, Lazio e Torino anche se il traguardo più grande resta quello conquistato a Berlino.

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