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Livorno, Lucca e le altre: i caroselli per l'Inter nel giorno della retrocessione

Quattro club toscani, avversari per decenni dello Spezia, lasciano il professionismo. E non c'è niente di cui godere.

una sfida culturale
Livorno-Spezia 1-3

La Spezia - E' vero, la Toscana è stato il vero microcosmo calcistico dello Spezia. Lo Spezia della serie C, dei tifosi che controllavano il calendario per segnarsi le domeniche delle trasferte oltre confine. Le più attese insieme a quelle emiliane, a cui si era legati da un destino che arrivava a folate un po' per tutti. Chi andava su, poi tornava giù e viceversa. Alla fine ci si ritrovava sempre lì, a chiamarsi per nome.
Sia ben chiaro: senza mai sentirsi in qualsiasi modo discendenti del Granduca, almeno quanto è difficile sentirsi parenti dei genovesi ora che la serie A porta al Ferraris. Gli spezzini però sono stati un nodo del complesso e pervasivo sistema del campanilismo della regione del Pegaso, almeno nel calcio. Non è solo la vicina Carrara, che tributa a questa terra una rivalità ancora maggiore di quella concessa ai coinquilini di Massa. Si arriva tranquillamente fino alla pur lontana Arezzo.

Per decenni questo è stato, e chi pensa sia in qualche modo dispregiativo ricordarlo non sa quello che dice. Sugli spalti, i derby toscani avevano sempre qualcosa di diverso, il peso di una rivalità stratificata ai margini del calcio che conta. Erano ogni volta la rivincita di sgarbi storici come quelli del 1989, del 1998 o del 2002. Proprio quella stagione, l'ultima di Mandorlini, per chi l'ha vissuta viaggiando, ebbe una sua particolare estasi nel fatto di vincere tutte le sfide in trasferta: il blitz di Pisa, la scoppola alla Carrarese, venne travolto l'Arezzo, ammutolito il Livorno e beffata la Lucchese.
Tra tutte, proprio lo Spezia era quello che aveva masticato più polvere. Negli Ottanta era stato in B l'Arezzo, nei Novanta gli anni buoni di Lucchese e soprattutto Pisa, poi era venuto il turno del Livorno e del Siena. Il Picco sempre in attesa della gloria, custode della propria poetica della sconfitta. Oggi quindi fa impressione sentire il sindaco di Prato che tiene a battesimo il nuovo corso del club cittadino e dice: "Vorrei che i pratesi si innamorassero di nuovo del calcio, facciamo come lo Spezia".

Nel giorno in cui Livorno, Lucchese, Arezzo e Pistoiese abbandonano il professionismo, ci viene difficile goderne. Il calcio in provincia è sempre meno sostenibile. La passione dei tifosi locali, quelli che pagano il biglietto, non basta a mantenere un club a livelli accettabili. La concezione elitaria che si va imponendo, le fughe di chi vorrebbe portare via il pallone e crearsi una lega tutta sua, rischiano di tirare ulteriormente una coperta che poi lascia al freddo città che hanno una loro storia calcistica che è anche sociale e culturale. Lo strappo è reso possibile dal fatto che ieri, a Livorno come a Lucca, c'erano caroselli per lo scudetto dell'Inter nel giorno più triste per le squadre locali. E chi tifa lo Spezia, anche dall'alto di una serie A affrontata tra gli elogi, sarà sempre più simile a chi ieri invece non aveva nulla da festeggiare.

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