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Gyasi sognava il granata, Longo ce lo portò vicino: "Un ragazzo eccezionale"

Il figlio di migranti che correva sui campi della Cintura arriva all'Olimpico. L'allenatore che lo allevò nella Primavera del Torino: "Spezia e Benevento rendono interessante la serie A".

sette anni fa
Gyasi e Urbano Cairo nel 2013

La Spezia - E' tutto in quello sguardo con cui si presentò davanti ad Urbano Cairo nel 2013 per firmare un quadriennale. Imbarazzato, quasi stesse ricevendo un regalo invece del frutto del proprio lavoro. Per tutti era Ima quando giocava con le giovanili del Torino, il ragazzo del Ghana che aveva iniziato nei club della Cintura con il sorriso e che quello stesso sorriso se l'è trascinato fino alla serie A. Anzi forse, ad ascoltare Moreno Longo, è proprio quel sorriso ad averlo portato fino alla serie A.
E' lui il tecnico che lo ha plasmato tra Allievi e Primavera granata, che lo ha spostato dal centro alla fascia. Per due volte alla caccia dello scudetto dei giovani, sfumato nel 2014 in finale ai calci di rigore. Sempre con il sogno della maglia granata, quella dei grandi. Un sogno comune al suo allenatore, tanto che quando l'anno scorso Longo fu chiamato per salvare la stagione, dall'attaccante dello Spezia arrivarono i primissimi auguri. Da lunedì Gyasi ha in Italiano il tecnico che lo ha schierato più volte in campo: 57 volte contro le 56 presenze con il suo vecchio mentore. Un passaggio di consegne nella settimana del 27esimo compleanno e della partita dell'Olimpico.

Alla fine Emmanuel Gyasi è arrivato allo stadio "Grande Torino", ma da avversario. Che effetto le fa?
"Sono contentissimo per lui. Abbiamo passato anni belli insieme, è un ragazzo che merita le soddisfazioni che sta vivendo. E' sempre stato molto umile, ha avuto sempre il giusto atteggiamento, il giusto approccio al lavoro con i compagni, con la società e con il suo allenatore. Aveva fame e voglia di arrivare. Vederlo giocare in serie A è un successo dal punto di vista morale. Al Torino aveva creato un legame importante con tutti, grazie a questa sua predisposizione a lavorare che mi pare non sia mai cambiata".

E dal punto di vista calcistico? Vede ancora il suo imprinting nel Gyasi calciatore di serie A?
"Inizialmente a livello giovanile era un attaccante che agiva anche in posizione centrale. Ci siamo accorti presto che rendeva meglio da esterno nel 4-3-3. Aveva grandi qualità nell'uno contro uno, sapeva essere decisivo negli ultimi venti metri. E poi ti dava grandissima disponibilità nel lavoro senza palla. Quando un allenatore trova un attaccante con questa disponibilità, è un valore aggiunto. Per lavorare su una riconquista alta nella palla, sono elementi importanti, figure di calciatori moderni".

Sognava di poter giocare con il Torino, ma ci è andato solo vicino. Quello è un ambiente che proietta un grande fascino anche al di fuori.
"Credo che quello sia il sogno di tutti i ragazzi che sono cresciuti con quella maglia addosso. E' una società che riesce a tramandare quel DNA fatto di tenacia, di caparbietà e di passione. Un simbolo della città. Giocare con il Torino credo che sia stata, e sia ancora, una delle sue ambizioni. Ma il calcio ti porta su strade diverse. Oggi si è ritagliato uno spazio in una società emergente come lo Spezia, che lo ha messo nelle condizioni di raggiungere obiettivi così alti".

Se e quando arriverà anche la maglia della nazionale ghanese, un po' la considererà anche sua?
"Io credo che quella maglia se la deve tenere per lui. Personalmente sono contento di aver fatto parte di questo suo percorso, ma ogni passo in avanti è stato reso possibile dalla sua disponibilità di ragazzo e atleta. Noi allenatori abbiamo il diritto e il dovere di cercare di migliorare questi giocatori, ma poi devi trovare terreno fertile. In quello, Gyasi è uno che si dà a 360 gradi. Viene facile lavorare con calciatore del genere".

A 27 anni appena compiuti è arrivato ad obiettivi che non tutti ritenevano potesse avere nelle corde.
"C'è chi arriva alla consacrazione prima e chi dopo. Negli ultimi anni ho visto altri esempi del genere. Penso a Caputo per esempio, che è arrivato a giocarsi il titolo di capocannoniere in serie A. Di lui per anni si diceva 'ecco un grande giocatore di serie B'. Invece ha dimostrato di poter stare alla grandissima in serie A. Noi tecnici lo prendevamo di esempio per far vedere ai colleghi come si muove un centravanti. Lo stesso Nzola oggi, per quanto mi riguarda, può fare la A ad un buon livello. Eppure per anni c'era chi lo metteva in dubbio persino in serie B. Storie che insegnano a tutti a stare attenti ad emettere giudizi affrettati".

Veniamo a sabato. Vedere un Torino-Spezia in ottica salvezza non era davvero preventivabile ad inizio campionato
"Non me lo aspettavo, sono sincero. Il Torino ha un organico che vale molto più di quella posizione di classifica. E d'altra parte non mi aspettavo uno Spezia così competitivo da subito. Complimenti vanno fatti alla società, a Vincenzo Italiano e a tutti i giocatori che stanno facendo un campionato oltre le attese. Squadre come lo Spezia ed il Benevento rendono il campionato molto bello, come non era da tanto tempo. Trovare due neopromosse che potrebbero non occupare due posti per la retrocessione rende la sfida serratissima, dalla lotta salvezza a quella per lo scudetto. Grazie a questo exploit, tutte si devono guardare molto bene alle spalle".

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