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"Futuro Vallegrande, Toti neghi l’intesa e proponga una diversa 'transizione energetica'"

La domanda è questa: “E' ancora possibile evitare che a Vallegrande, al posto di quella a carbone, nasca una nuova centrale a gas? La risposta: "La città unita ce la può davvero fare".

petrolio, gas e rinnovabili

La Spezia - Da qui al 2030 installazione, ogni anno, di impianti eolici e fotovoltaici pari a quattro volte la potenza installata nel 2020. Nessuna nuova miniera di carbone o pozzo da cui estrarre petrolio o gas naturale. “Non ce n'è più bisogno”, ha dichiarato Fatih Birol, Direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iae), che ha pubblicato un rapporto che indica ai governi come abbandonare le fonti fossili per l’energia per centrare l’obiettivo delle emissioni zero entro il 2050.

Alla domanda “è ancora possibile evitare che a Vallegrande, al posto di quella a carbone, nasca una nuova centrale a gas?” si può rispondere sì, intanto perché i vertici internazionali sono sempre più schierati contro il gas. E’ vero, però, che l’Italia non ha ancora imboccato questa strada. Il Pniec (Piano nazionale integrato energia e clima) prevede infatti obiettivi non più in linea con quelli dell’Unione europea, che sta per fissare la neutralità climatica al 2050: la sostituzione delle otto centrali a carbone con nuove centrali a gas, una fonte fossile anch’essa climalterante. Secondo il gestore della rete, Terna, questi impianti garantiscono la stabilità del sistema e non possono essere spenti senza un’alternativa. Per questo è stato varato il capacity market, aste che remunerano la capacità sostitutiva. Hanno partecipato impianti che ancora devono essere realizzati, come la centrale a gas che Enel vuole costruire alla Spezia, e che perderebbe gli incentivi qualora non venisse autorizzata. Non a caso nel decreto Semplificazioni sono state incluse le opere previste nel Pniec: anche per la centrale a gas spezzina è stata prevista la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) rapida.

La questione vera è che la rete può essere stabilizzata in altro modo: con le rinnovabili. Il conflitto gas-rinnovabili ha segnato gli ultimi dieci anni. Bene hanno fatto, a Spezia, tutti coloro che in questi giorni, con le osservazioni al progetto dell’Enel sottoposto a VIA, hanno sostenuto che per far fronte al fabbisogno energetico non occorrono nuovi impianti a gas ma un mix di interventi: efficientamento delle centrali a gas esistenti, impianti di ripompaggio idrico nelle centrali idroelettriche esistenti, nuovi impianti di energie rinnovabili con meccanismi di accumulo. Interventi che garantirebbero nuovi posti di lavoro. Cingolani ha dichiarato che “non si può chiedere alle persone di perdere il lavoro perché tutto deve essere verde”. Gli ha risposto indirettamente proprio Birol: “Ci sarà un crollo nella domanda di petrolio e di gas. Ma prevediamo che gli investimenti nelle rinnovabili produrranno trenta milioni di nuovi posti di lavoro, soprattutto nei settori del fotovoltaico, dell’efficienza energetica, delle nuove reti intelligenti di distribuzione. A fronte dei 5 milioni di posti di lavoro persi nell’industria dei combustibili fossili. La vera scommessa dei governi è gestire con saggezza questa trasformazione”.

Il nostro governo appare timido e vecchio, privo di una prospettiva strategica chiara: perché è troppo subalterno verso Enel ed Eni. Stretto tra i nuovi orientamenti dei vertici internazionali e le spinte provenienti dalla società, potrebbe però cambiare idea. Se dovesse insistere, sarà decisivo il ruolo della Regione: basterà il suo diniego all’intesa, come dice la legge. Nei giorni scorsi Toti è stato costretto, dall’unità che si è creata alla Spezia, a dire per la prima volta di essere “allineato al territorio” contro il gas. Bene, neghi l’intesa e proponga una diversa “transizione energetica”. Alla domanda iniziale si può rispondere: sì, la città unita ce la può davvero fare.

Giorgio Pagano
già Sindaco della Spezia

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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