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Pasqua tra arte, amore e libertà

Deposizione, 2021

La Spezia - Dal 19 dicembre 1987, data di avvio dell’attività della nostra associazione nello spazio espositivo dedicato all’illustre scultore Angiolo Del Santo (1882-1938), la ricorrenza pasquale, salvo rarissime eccezioni, è stata celebrata da mostre sociali, talvolta allargate a non soci, spesso distinte da significativi titoli. Già dal 1981, i più anziani lo ricorderanno, l’Ucai ha organizzato tali eventi in sedi diverse. Richiamo, al riguardo, la collettiva Passione di Gesù Cristo nel Santuario di Sant’Antonio a Gaggiola, coincidente con la presentazione dell’intensa Via di Gesù del valente scrittore concittadino Giovanni Petronilli (1907-1994), troppo frettolosamente dimenticato. Era il 16 marzo 1986.
Con rinnovato piacere ho scorso abbondanti pagine delle nostre programmazioni annuali, incontrando le altrettanto numerose rassegne pasquali, non di rado accompagnate, anche in anni non vicini, da miei personali contributi. I titoli proposti, per quanto non vincolanti, hanno sempre rappresentato per gli artisti degli utili supporti alla loro operatività. Ne ricordo alcuni certamente propositivi e quanto mai pertinenti: Sacrificio e Resurrezione; Pasqua evento di vita; La Pasqua cristiana; La Croce; Il racconto della Pasqua secondo Matteo; e, in seguito, secondo Giovanni; Pasqua nel segno della pace; Pasqua, tempo di speranza; La luce della Pasqua; Pasqua, porta della fede.
Emblematico il titolo Pasqua 2020, che fissava lo sconvolgente ed attualissimo momento temporale che ha interessato e, purtroppo, continua a coinvolgere il mondo intero, angosciato e soccombente dinanzi al rapido e impietoso diffondersi del Covid 19. Un anno dopo le nostre vite permangono turbate.
Inserisco nel succinto riepilogo l’omaggio postumo rivolto per la Pasqua del 1998 al pittore emiliano-lunigianese Antonio Bazzoni (1918-1990), di cui vennero unanimemente apprezzate le tavole della Via Crucis, nella quale «l’autore - ebbi a scrivere - ha interpretato la cruda vicenda umana di una persona chiamata ad esaltare la forza dell'amore come progetto di vita per tutta l'umanità».
Se fosse possibile allineare in un’immensa parete l’insieme delle opere censite di anno in anno nelle diverse rassegne emergerebbe il lacerante contrasto fra la vita e la morte. La vita di Gesù Cristo liberata dalla morte per volontà del Padre. Dio, infatti, non muore in Gesù Cristo! Dio domina ogni sepolcro di questa terra e ci comunica che la sua chiamata al cielo è solo la prima. Altre ne sono seguite, altre ne seguiranno.
Nelle parole amore e libertà ho colto valori speciali attinenti alla Pasqua, che si declina con la grazia divina diffusa dalla sofferta implorazione di Gesù sulla croce e dall’inatteso sepolcro vuoto, annuncio della continuità della vita oltre la morte. Meglio, ancora, del trionfo sulla morte.
È un tema certamente impegnativo che non può sfuggire nel complesso tempo della modernità, dove la comunicazione artistica occupa da decenni spazi di rilievo. La libertà dell’artista, talvolta esasperata da forzati sperimentalismi con la conseguente caduta di originalità e di personalità, non cessa di proporsi attraverso innumerevoli livelli di espressività, capaci di catturare diffusa attenzione e di provocare posizioni discordanti.
Ho recuperato gli appunti utilizzati per introdurre la mostra pasquale del 2010, inaugurata dal vescovo Francesco Moraglia. In quella occasione ho commentato alcune riflessioni di monsignor Carlo Chenis (1954-2010), illuminato vescovo salesiano e voce ascoltata non solo in ambito cattolico per gli intelligenti contributi espressi nel dibattito sui linguaggi dell’arte, da essere considerato dagli artisti «uno dei migliori amici che l'arte contemporanea avesse all'interno della Chiesa cattolica (Lorenzo Canova)».
Forte e insistito il richiamo dialogante del compianto presule rivolto ad artisti, studiosi e pastori «a trasformare il caos in cosmo, senza tentazioni titaniche, ma provocando le coscienze attraverso un’arte che insegni a guardare dentro», congiungendo «aspetti etici e sentimenti estetici in un processo culturale dove la passione per l’uomo e per il divino può dar origine a nuove espressioni artistiche».
Sono pensieri che ci riguardano da vicino e che dobbiamo fare nostri allorché ci accingiamo ad interpretare liberamente temi forti, quali la Pasqua, per gli ebrei Festa della libertà, e il Natale. Dipinti, sculture, testi poetici e così via, devono lasciare traccia a chi li avvicina del particolare respiro culturale e spirituale che essi generano, nonché attivare silenziosi pensieri, utili a concepire l’arte come presidio formativo ed educativo legato alla libertà e alla vita. Innumerevoli opere, infatti, parlano di valori religiosi, di pace, di giustizia, di uguaglianza sociale, di lavoro, di accoglienza, di solidarietà, di amore per l’ambiente, ecc. Insomma, di esercizio pieno della libertà nell’affermare l’identità artistica degli autori, che può rivelarsi ancor più compiuta nell’affrontare impegnativi contenuti sacri.
Il simbolo materiale e divino della Croce ci interpella, esortandoci a sostituire all’individualismo il desiderio di fare comunione per riempire la nostra anima di amore e di libertà, sapendo di aver favorito la libertà dell’altro, incitati dalle accorate parole di Isaia (58,6): «Sciogliere le catene umane, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo…. dividere il pane con l'affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo». Sentirsi cirenei.
In chi legge risuonano i versetti di Matteo (25,31-46), che esortano a scoprire il volto di Cristo nel volto dell’uomo, che attende di essere liberato dai bisogni più comuni e dal male, “presenza ingombrante “(papa Francesco), che è ogni volta rimarcato pregando il Padre nostro. Nel mattino pasquale vorremmo essere partecipi di questo universale processo di liberazione, che non può trovarci né indifferenti né assonnati come i discepoli di Gesù nel Getsemani.
Insicurezza e inquietudine accompagnano le nostre silenziose giornate e ci fanno riflettere sulla reale condizione di debolezza che ci accomuna. È un silenzio interiore che non deve abbatterci, in quanto «c’è un silenzio che è pienezza, apertura totale all’Essere - scriveva Ernesto Balducci (1922-1992), sacerdote, scrittore, personalità di primo piano della cultura cattolica conciliare - silenzio come espressione di un atteggiamento di ascolto, allora ci giunge un messaggio corale da accogliere. Fare nostre le voci infinite dell’anima e del cosmo. Liberarci dall’ansia dell’individualismo, perseguire l’ansia della comunione».
Di comunione ha parlato papa Francesco da piazza San Pietro nel pomeriggio piovoso del 27 marzo dello scorso 2020 nell’invocare la liberazione dalla pandemia, alludendo alla efficace metafora della barca, sulla quale «fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, siamo tutti chiamati a remare insieme».
Ritorno alla collettiva pasquale che si colloca nel novero della rappresentazione della Passione, la cui origine data sin dal IV secolo, avviando un’iconografia straordinariamente ricca cresciuta nei secoli successivi sino alla contemporaneità. Per dare forza al binomio “Pasqua e libertà” ho privilegiato un affresco del Beato Angelico (1395ca-1455), patrono degli artisti, compreso nel mirabile ciclo eseguito nel 1446-1447 nel convento di San Marco a Firenze ed oggi nell’omonimo museo del capoluogo toscano.
Le sei figure, tra cui la Madonna, commentano con sguardi dotati di naturale dolcezza, la scoperta del sepolcro vuoto, che, invece, provoca sbigottimento in Maria Maddalena, riconoscibile dall’abito rosso. Sopra di lei si staglia il Risorto, avvolto nella luce della mandorla mistica, che trattiene nelle mani la palma del martirio e il simbolo della vittoria. L’Angelo del Signore, dalla veste candida, seduto sul bordo della tomba, la indica con l’indice della mano sinistra, rivolgendo alle pie donne rasserenanti parole: «Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto…. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 5; 20).
Sulla Croce, simbolo di indicibile martirio, si avvera la sua sconfitta e la sua liberazione. Da quel sepolcro è promanata la gloria che ha distrutto le fatiche silenziosamente sopportate sulla via del Calvario. La luce splendente dopo il buio è la stessa che ha amorevolmente accolto la nascita di Gesù nella grotta di Betlemme.
Offro queste riflessioni come apporto personale alla rassegna dell’Ucai, idealmente partecipata dall’umanissima arte dell’Angelico, «uomo semplice e santissimo - scrive Giorgio Vasari (1511-1574) - che avea per costume non ritoccare né raccorciar mai alcuna sua dipintura, ma lasciarle sempre in quel modo che erano venute la prima volta, per credere che così fusse la volontà di Dio».
La celestiale e lucente genialità del frate domenicano, beatificato nel 1982 da san Giovanni Paolo II, si espande sull’intera parete evocata all’inizio del mio testo, recando benefici sia a quanto in essa è già presente sia agli appassionati lavori di Gloria Augello, Guido Barbagli, Anna Maria Barini, Umberto Bettati, Pino Busanelli, Angiolo Delsanto, Malia Pescara di Diana, Gian Paolo Dulbecco (ospite), Umberta Forti, Ombretta Franco, Giuliana Garbusi, Anna Maria Giarrizzo, Enrico Imberciadori, Mario Maddaluno, Marisa Marino, Nina Meloni, Fabrizio Mismas, Pier Luigi Morelli, Graziella Mori, Marina Passaro, Bianca Maria Patuzzo, Maria Luisa Petri, Mirella Raggi, Rosa Santarelli, Micol Squillaci, Maria Rosa Taliercio e Filomena Vortice. Tutti, protagonisti della Pasqua dell’Ucai del 2021.

La rassegna pasquale promossa dall’Ucai della Spezia è visitabile sul sito www.ucailaspezia.org

Valerio P. Cremolini

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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