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Italo Bernardini, moralità e rettitudine per creare la bellezza

lo scultore è morto nel 1991
Il busto di Teseo Tesei di Italo Bernardini

La Spezia - Proponiamo di seguito i testi di Valerio P. Cremolini e Fabrizio Mismas, curatori della retrospettiva on line (www.ucailaspezia.org), intitolata “Una vita per la scultura” dedicata allo scultore spezzino Italo Bernardini (1905-1991).
Opere pubbliche di particolare valenza estetica e spirituale sono presenti nel Santuario di Sant’Antonio a Gaggiola, nelle chiese di N.S. della Salute, di Santa Rita, nelle parrocchiali di Lerici, San Terenzo, Montemarcello, nel Cimitero dei Boschetti, ecc. Di rilievo il busto a Teseo Tesei custodito nel Museo Tecnico Navale della Spezia. Un bassorilievo in bronzo è collocato sul “Monumento in memoria degli aviatori spezzini caduti per la Patria” in passeggiata Morin.


Generare bellezza

Entrare nella vita di Bernardini significa scoprire un percorso particolarmente lungo e punteggiato da numerose tappe, nelle quali lo scultore ha quotidianamente intessuto un confidenziale e speciale colloquio con il legno, traendone con una modellazione intrisa di incontaminata emotività enormi soddisfazioni sul piano estetico e morale.
Bernardini lavorava il legno, talvolta scalfendolo, più o meno accarezzandolo, trattando le superfici quasi a volervi infondere tracce delle sue mani, sviluppando personalissime soluzioni plastiche. Sono lavori che rivelano la sua reale identità, il suo linguaggio definito e mai smentito, l’aderenza alla concezione della scultura teorizzata da Giorgio Vasari (1511-1574), «di arte, che levando il superfluo dalla materia soggetta la riduce a quella forma di corpo che nella idea dell’artefice è disegnata».
La nozione di eclettismo non ha cittadinanza nella complessiva esperienza di Bernardini, che all’equilibrio della costruzione perseguito in ogni opera affiancava una sincera immissione di emotività che rimarrà indenne nel tempo. Nei suoi lavori, oltre che percepire la straordinaria manualità esecutiva, si coglie la continua affermazione di un vigore espressivo sostenuto da una chiarezza formale che fa perno su un progetto che non ammette deroghe.
Così, la sperimentazione fine a se stessa non lo ha mai interessato. Al contrario gli era familiare quell’aura di perfezione attinente all’arte del passato, soprattutto ai modelli della classicità. Lo scenario italiano, partecipe dell’illimitato perimetro della storia dell’arte continuamente in divenire e declinata dal succedersi di tantissimi capitoli, è quanto mai ampio e stimolante. In esso trova spazio il sostanzioso contributo reso di anno in anno dal nostro scultore, il quale, benché proficuamente a contatto di Angiolo Del Santo (1882-1938), si può a buon diritto definire un “grande autodidatta” (così è stato Arturo Martini) per la complessa elaborazione che sapeva fornire dell'oggetto su cui lavorava con invidiabile acume compositivo.
Nel laboratorio di eccelsa falegnameria si facceva "arte" nel senso più nobile del termine e la disinvoltura tecnica nel lavorare tavoli, ornati e mobili di ogni stile e dimensioni si univa ad un’innegabile vocazione artistica che dagli anni ‘30 in poi troverà compiuta conferma.
Dello scultore sono un cospicuo elenco di opere di vario contenuto che reggono la prova del tempo, difficilmente classificabili in tradizionali o moderne. Nello sviluppo delle sue sculture si coglie, infatti, l’inclinazione classicista nel linearismo delle forme, nell’armoniosa scansione fra zone di luce e di ombra, sapientemente generate dalla modellazione quando più decisa o quando addirittura sfuggente. Inoltre, la fedeltà al soggetto si ripete come impronta inderogabile del suo stile, che si declina nel perseguire la definizione della forma, alternando pieni e vuoti, minore o maggiore luminosità, senza mai trascurare la deliberata tendenza a non rinunciare a generare bellezza in ogni lavoro. Bellezza intesa non solo come splendore della forma, ma come profondità dell’anima, luogo d’incontro fra fede e ragione, che, con il mistero insondabile del trascendente, sono contenuti che hanno arricchito la quotidianità di Bernardini.
L'eco della vita risuona nelle sculture a contenuto religioso o laico di Bernardini e mai l'artista si dimostrò testimone passivo nel trasferire nel legno, nella terracotta o nel bronzo, momenti angosciosi e drammatici della storia dell'uomo, nella quale ha posto la presenza salvifica di Dio. Nell’azione dello sbozzare, dello scolpire e dell’intagliare affermava di continuo l’ideale partecipazione agli eventi, manifestando l’amorevole legame per la materia, arricchita da duraturi palpiti vitali caratterizzati da contrastanti stati d’animo.
Era convinto dell’importante ruolo che ha l'artista nella società e l’elevata professionalità ne ha fatto un superbo esponente della categoria. I continui consensi nulla mutarono della sua personalità, della sua discreta persona, così ritrosa agli onori e alle lodi e così fiera della propria solitudine, quanto mai efficace sul piano creativo.
È un giudizio non nuovo. Analoga considerazione si ritrova in un’ampia recensione pubblicata sul quotidiano La Nazione, il 27 settembre 1938, dal titolo Uno scultore che vive e cerca nell'ombra, nella quale Luigi Cardinale (1896-1977), estensore dell’articolo, rilevava come «i successi operano in Bernardini nel senso di fargli ritenere sempre più lontana la perfezione. Avvicinarsi alla verità è per Bernardini come allontanarsene, con questo di particolare: che insiste nel cammino, si approfondisce nello studio e coglie ognora, insieme all'alloro, la certezza di dover andare ancora più avanti».
Andò veramente avanti, concretizzando l'innata vocazione per la scultura senza mai autocompiacersi dei risultati conseguiti. Al contrario, una peculiarità del suo modo di vivere la professione artistica, fu quella d’imporsi, come regola del suo non facile lavoro, una severità adulta imparentata al massimo rigore.
Sono spinto a credere che non gli fosse estraneo il pensiero del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973) sulle responsabilità morali dell’artista e Bernardini, testimone di una fede compiuta, inseguiva la perfezione dell’opera affiancandovi quella dell’anima, non separando, appunto, l’uomo dall’artista. Per il filosofo francese il pittore è anche un uomo, ed è un uomo prima di essere pittore.
La vita artistica di Bernardini condivisa con l’amata moglie e con i figli Marco e Lino si può dividere in due grandi capitoli: quello italiano e quello straordinariamente fitto di esperienze e di esiti molto soddisfacenti vissuto negli Stati Uniti d'America. Lo scultore, già cinquantaduenne, dopo aver avviato lo studio a Pietrasanta (Lucca), partì nel 1957 (la famiglia lo seguirà dopo alcuni mesi) con destinazione Boston ed in America lavorò incessantemente fino al 1968, raccogliendo diffuso successo.

Valerio P. Cremolini



Una forza della natura

Io lo conoscevo bene: frase ormai logora per l’eccessivo uso ma, per quanto mi riguarda, veritiera se stemperata dall’avverbio abbastanza. Lo incontrai verso la fine degli anni Settanta. Ancor prima avevo dedotto la sua tempra altera e battagliera da fugaci allusioni, per lo più legate ad aneddoti, che giravano tra gli scultori spezzini della generazione precedente la mia. E mi figuravo un uomo accigliato, di taglia robusta e di indole impetuosa, uno di quelli, per intenderci, che ti sottomettono psicologicamente già alla sola presenza. L’occasione che me lo fece avvicinare smentì il ritratto abbozzato dalla mia fantasia e la sorpresa fu disarmante: dov’erano la tenacia e la risolutezza in quell’uomo che avevo davanti e che con benevolo sorriso mi tendeva la mano? Corporatura tutt’altro che imponente, occhiali spessi, capelli bianchi tendenti a farsi ritti sulla fronte quasi a spacciare qualche centimetro in più d’altezza, abbigliamento del tutto comune: insomma ebbi l’impressione di un normale, mite pensionato. Pensai subito alla fulminea battuta di Puccini Si credono artisti perché hanno la forfora! tagliente smascheramento dei falsi ingegni presi a legittimarsi col solo bizzarro anticonformismo. Non tardai però a notare la sua postura eretta, a piombo come dicevano i vecchi scultori, il suo modo di relazionarsi col prossimo senza timidezze ma, al contrario, guardando l’interlocutore negli occhi col fare diretto di chi non ha nulla da temere. E scoprii il vero Bernardini, una forza della natura quanto ad energia, fierezza, autostima. Perché l’uomo che vedevo nelle gallerie o nel suo studio di Pozzuolo, a dispetto di un’età ormai avanzata, traboccava di dinamismo entusiasta, di granitica onestà e di piena fiducia in sé stesso. Peculiarità, queste, alimentate da una fede cristiana radicata e, si badi bene, esibita con orgoglio: in lui non c’era davvero il riserbo vergognoso di chi si sente decurtato di decoro maschile nel mostrarsi devoto ai principi cristiani.
Moralità e rettitudine erano i suoi tratti di distinzione quindi, persino nei burrascosi scatti d’ira, quando l’uomo integro e lontano da convenienti ipocrisie si ribellava all’ingiustizia e all’arroganza. Capace tanto di slanci di generosità quanto di improvvise ed intrattenibili tempeste di collera. Capace di questi estremi perché non inibito da pregresse macchie di compromessi o di comodi aggiustamenti: tanto per continuare con le frasi fatte, era uomo dall’armadio senza scheletri. Ben presto perentoriamente mi impose il tu ed io mi sentii da una parte lusingato e dall’altra fuori posto tanta era la differenza di età. Pretese il tu forse per spirito cristiano, che recita tutti uguali, tutti figli dello stesso Padre, o forse per spirito “americano”, lascito degli undici anni di Boston dove usava un unico e paritario pronome e si guadagnava la distinzione con la sola qualità del lavoro.
E su moralità e fede dell’uomo posso riportare qualche episodio. Una volta congedandomi da casa sua, proprio sulla porta, mi salutò con una raccomandazione di comportamento famigliare che, per la categoricità con la quale mi era rivolta, suonava come una consegna: “Quando entri in casa, dai un bacio a tua moglie di fronte alla figlia, falle capire il valore dell’unione della famiglia!”. A quelle parole girai gli occhi verso la moglie rapita in uno sguardo di venerazione per il suo Italo e prontamente percepii l’inscindibile coesione della famiglia Bernardini. Qualcuno in seguito mi raccontò di uno sporadico frequentatore dello studio di via Gramsci che prese a dissertare teorie eretiche sulla santità della Madonna proprio mentre Italo stava sbozzando un legno: ebbene il sacrilego, se non avesse guadagnato a tempo l’uscita, avrebbe improvvisamente assaggiato il supplizio purificante del mazzuolo da scultore. E neppure un’opportunità economica, per quanto necessaria, poteva svigorire i suoi principi. Lui stesso mi riferì di un tale che si presentò allo studio per acquistare un’opera e, dopo averla scelta, forse per avviare un rapporto confidenziale, iniziò a fargli domande presto estese dalla sfera artistica a quella personale. Mosso da curiosità, il tale chiese a Bernardini l’età meravigliandosi per il divario tra quella dimostrata e quella anagrafica ma commise un’imprudenza. Volle fare una battuta di spirito, qualcosa di simile a “dimostri dieci anni di meno! Ti devi fare una giovane amante!”. A quel punto, lo interruppi con preoccupata incredulità “Caspita! Ma ti conosceva?” e lui, socchiudendo un occhio e rallentando ad arte la risposta all’unisono col movimento annuente della testa, “Poi mi ha conosciuto!”. Evitò i particolari della sua reazione, sicuramente vulcanica e vanificante la vendita. Me la immagino: “Fuori di qui!..”, “..ma la scultura?...” , “Non te la dò, non la meriti! Fuori!”.
Il repentino scatto d’umore al termine della collettiva di Gaggiola del 1982 poi è rimasto nel ricordo dei presenti. Collettiva ricca di pubblico, di artisti e di opere esposte nell’ampia navata della Chiesa. Al termine dell’inaugurazione ufficiale, la soddisfazione dilagante fu incrinata da una scoperta rovinosa: nella calca qualcuno aveva facilmente sottratto un piccolo legno di Bernardini da un pannello espositivo ed ora il dilemma era “Chi glielo dice?”. Fidandomi dell’ottimo rapporto di stima che godevo mi proposi, risollevando il capannello di amici e promotori. Il dialogo seguì una rapida sequenza simile alle battute che preparano stimpanata e colpo di piatti all’apice di un concertato melodrammatico: davanti a decine di persone “Italo ti devo dire una cosa poco piacevole”, “Tutto, da te tutto. Dimmi”, “Ti hanno rubato un pezzo…” Ssbuuum! Un’inaspettata eruzione, squillanti richieste di risarcimento, accuse all’organizzazione in un fortissimo senza crescendo, in una strappata istantanea a tutta orchestra. E in questi frangenti mai una parola volgare: una legittima, intrattenibile ma controllata nei termini, reazione dell’uomo giusto.

Fabrizio Mismas

© RIPRODUZIONE RISERVATA



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