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Dalla primavera di Praga all'autunno caldo, la presentazione alla Maggiolina dove nacque il beat

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Dalla primavera di Praga all'autunno caldo, la presentazione alla Maggiolina dove nacque il beat

La Spezia - Nella bella cornice del chiosco della Maggiolina nel parco 25 Aprile, gestito dalla cooperativa sociale Lindbergh, si è tenuta la prima presentazione “in presenza” del secondo Volume del libro di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia”, intitolato “Dalla Primavera di Praga all’Autunno Caldo”. Il luogo era negli anni Sessanta un dancing popolare, che ospitò le prime esibizioni dei complessi beat, la cui storia è raccontata nel primo Volume del libro: “il desiderio di cambiamento dei giovani, la loro volontà di essere ‘diversi’ rispetto al mondo degli adulti, si espresse in primo luogo attraverso la musica del tempo”, ha ricordato Pagano.
Il libro è stato presentato da Gianluca Solfaroli e da Roberto Centi. Solfaroli ha evidenziato l’originalità dello stile: ”l’io narrante associa alla sua impresa centinaia di testimoni, costruendo in questo modo un racconto coinvolgente”. E ha concordato sulla tesi di fondo: il Sessantotto come “insorgenza etico-politica” e “tensione umanistica” per il cambiamento ci parla ancora ed è “quel che resta di quegli anni”. Centi ha definito il libro “il racconto di una generazione che ha concepito un progetto di modifica delle condizioni di vita reali del Paese e non solo, con atteggiamento che è quanto di più lontano sia dall'individualismo sterile dell'oggi, sia dalla fenomenologia liquida dell’attuale società del web”. Quel progetto, ha aggiunto, fu sconfitto perché venne a mancare “il dialogo tra studenti e operai”, con l’effetto di avere due sinistre che non si incontrarono più, “quella operaista dei soli diritti sociali e quella liberal dei soli diritti personali”.
Giorgio Pagano si è soffermato sulle due “identità” molto intense che si formarono in quegli anni, quella giovanile e quella operaia, con forti tratti di somiglianza: “nelle occupazioni studentesche e nei cortei operai c’erano antiautoritarismo e lotta alle ingiustizie sociali, lotta morale per la dignità della persona, fratellanza, voglia di essere liberi e voglia di stare insieme”. Il contagio e l’influenza furono reciproci. Poi vinsero lo “stragismo e la strategia della tensione” e “l’ideologia della Trilateral contro la partecipazione”. Ma il Sessantotto degli inizi, libertario ed etico, fu sconfitto anche dai suoi stessi errori e da quelli delle forze politiche che avrebbero dovuto interpretarlo: “il ritorno alle vecchie dottrine ebbe come esito da un lato la spoliticizzazione nel privato, dall’altro la iper politicizzazione della una rivoluzione del partito armato”. Ma del Sessantotto degli inizi restano “tante pulsioni difficili da cancellare”, ha concluso Pagano: “l’attenzione alla scuola, alla cultura, alla creazione di un nuovo senso della vita; la consapevolezza che non basta la conquista del potere dall’alto, perché serve la liberazione della persona; la politica come nonviolenza”.
Maria Cristina Mirabello si è soffermata sull’”aspetto corale, collettivo, di vera e propria epopea di una città e di un territorio, che il libro presenta”. “Tante volte -ha affermato- ci si rende conto di che cosa sia un’opera, che pure abbiamo visto crescere e stratificarsi, e alla quale abbiamo attivamente partecipato, solo a posteriori. E io ho realizzato pienamente solo in questi giorni la caratteristica corale, che pure risaltava anche dalle tantissime carte esaminate in questi anni e dai tanti nomi presenti in esse. L’Indice generale dei due volumi, che Giorgio ed io stiamo approntando e che sarà pubblicato online -Indice che va al di là di quello ragguardevolissimo dei 343 testimoni già pubblicato nel Volume secondo- è la possibilità concreta di far scorrere sotto gli occhi del lettore una storia in cui trovano posto i personaggi illustri della politica, dell’arte e della cultura in generale ma anche centinaia e centinaia di donne e uomini che pure hanno operato o stanno ancora operando nel nostro territorio. E ciò recupera la memoria assicurando a chi rimarrebbe ‘innominato’ una traccia che non si perderà”.

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Enrico Amici


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