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Alfredo Coquio in mostra su Ucai

Scolpire il dubbio
Il dubbio

La Spezia - La personale Il dubbio di Alfredo Coquio del maggio 2019, allestita con indiscutibile gusto nel Museo Civico Etnografico “Giovanni Podenzana”, ha rappresentato un interessante e coinvolgente evento artistico e una tappa di particolare impegno nel percorso dello scultore. Non meno significative sono state le apprezzabili mostre del 2015 nella sede del Circolo Culturale “A. Del Santo” e del 2016 nel salone espositivo del LAS - Liceo Artistico Statale “V. Cardarelli”, che ha avuto tra i promotori il professor Enrico Formica, docente in detto Liceo ed esperto critico d’arte.
Documentata dal magnifico report fotografico di Fabrizio Mismas viene riproposta on line, certi dell’accoglienza che non mancherà di registrare tra i numerosi appassionati d’arte e, soprattutto, di scultura. Curata da chi scrive e da Giacomo Paolicchi, conservatore responsabile dell’Etnografico, la mostra ha goduto dei patrocini dell’Ucai, del Museo Diocesano e del Comune della Spezia. Coquio, socio della sezione spezzina dell’Ucai, è, a ragione, tra gli esponenti, che non temo di definire emergenti, della ricerca plastica spezzina, la cui tradizione è di tutto riguardo. Il pregevole catalogo edito per l’occasione dà ampio rilievo al ciclo “originale e intimo” delle sue opere, estesamente argomentate
nei contributi che l’hanno arricchite di valenza estetica e letteraria.

Nel mio testo riaffermavo che la relazione tra Coquio e i materiali lapidei è molto positiva. Pare che marmo e arenaria, analogamente all’alabastro e al travertino, assecondino ogni esigenza dello scultore, accettando di essere modellati secondo le sue inderogabili intenzioni. Gli esiti formali della ricerca dell’artista si legano sia alla sua sensibilità esecutiva sia alla naturale inclinazione a dare rilevanza alle innumerevoli problematiche dell’esistenza. Vi è molto di tutto ciò nell’importante sequenza del ciclo di lavori che compongono la personale, allusivi della diffusa situazione di insicurezza che alimenta sfiducia e malessere esistenziale e che hanno lungamente impegnato Coquio nel porsi interrogativi e trovare risposte sulla precarietà delle certezze, soccombenti dinanzi al dilagare del dubbio. Ha contribuito alla scelta tematica anche il carattere dello scultore, notoriamente disposto ad atteggiamenti meditativi e non istintivi, convinto che, in fondo, sia positivo cavalcare il dubbio, efficace antidoto per abbattere il caos e pervenire alle migliori conclusioni. Opportuna, a proposito, la citazione manzoniana che è men male l’agitarsi nel dubbio, che il riposar nell’errore.

«Dubitare è ciò che rende vivo l’uomo - scrive Paolicchi - e lo sprona a interrogarsi sul senso delle cose per carpirne il significato. Si tratta di una ricerca che non ha una fine, procede passo dopo passo e pone altri interrogativi, mettendo in moto un circolo virtuoso di parole e azioni che indirizzano il cammino dell’uomo saggio. Il dubbio è, infatti, da considerarsi un elemento costitutivo alla base dell’agire e del pensare dell’essere umano, interessando gli aspetti religiosi e laici della vita di tutti i giorni. Dal dubitare nasce la costante ricerca della verità attraverso il tentativo di risolvere interrogativi, che si dipanano uno dopo l’altro svelandone una parte e che aiutano l’uomo coscienzioso nel tentativo di giungere sempre più vicino alla comprensione dell’esistenza». Giuseppe Benelli - già docente di Filosofia del Linguaggio all’Università di Genova e figura di primissimo piano della cultura lunigianese - ha dedicato a questa specifica enclave scultorea il saggio Gli interrogativi di pietra di Alfredo Coquio, denso di riferimenti storici, filosofici e artistici. Per Benelli «lo storicismo che ha segnato per lungo tempo il nostro modo di pensare si è dissolto come neve al sole e alla filosofia non si chiedono soluzioni definitive. Ne scaturisce una domanda che continua a convivere con lo stupore, ma anche con lo struggimento per l’irraggiungibile verità. Da qui il ruolo crescente che la dimensione del dubbio ha assunto nella nostra società, in un mondo globalizzato, confuso, a rischio di finire intrappolato nelle spire del pensiero unico. La filosofia del Novecento è la filosofia della domanda. Una domanda intelligente nella consapevolezza che richieda sempre una risposta. Ma proprio perché la domanda è intelligente, la risposta non è mai esaustiva, non riempie mai il quesito, non dà piena soddisfazione. Anzi, la risposta rinvia a ulteriori perché, a ulteriori domande e pone quindi il dubbio sempre più cogente che logora e sfinisce. L’uomo è destinato a morire col dubbio e se il dubbio sparisce vuol dire che sparisce l’uomo. Ecco perché una mostra sul dubbio di Alfredo Coquio, una mostra sui perché, mi ha subito coinvolto. Quando ho visto le fotografie delle sue opere ho colto soprattutto il gesto della provocazione, il segno sicuro che crea uno scarto con il passato, la domanda di chi vuole inventare il futuro. L’inserimento di un recupero estetico di forme arcaiche esprime nella novità una proposta dove dall’elemento materico grezzo emergono forti e danzanti alcune lettere che si richiamano al tema del dubbio, del perché, del forse. Archeologo del moderno e rianimatore del classico, l’artista riflette e fa riflettere sul tramonto della nostra civiltà. L’arte - aggiunge Benelli - non è più riconducibile ai canoni dell’accademia: il collocamento dell’opera assume una valenza prioritaria e il contesto determina l’attenzione del visitatore in una dimensione diversa. L’arte di Coquio è un’idea che presuppone l’attesa. Oggi tutto concorre a distruggere questa attesa, a cancellare il mistero che circonda i lavori che l’artista ha meditato».

Per la storica dell’arte Mara Borzone «il dubbio, esiste da molti anni, probabilmente da sempre, e Coquio gli dedica una mostra, all'insegna del brutalismo, ma solo un po'. Usa le parole come i poeti visivi, che le stampano, le scrivono a mano oppure le ritagliano da libri e quotidiani, ma sceglie il travertino, materiale poroso, rozzo, ruvido e demodé, evocatore di antichi fasti imperiali e romane memorie. Prende le distanze dal biancore del marmo di Carrara, dalle sue levigatezze specchianti. Il dubbio nell'immaginario collettivo, ha un aspetto fumoso, nebbioso, incerto, lieve come la carta velina, trasparente come il tulle, multiforme come le nuvole, confuso come le idee a tarda ora; per Coquio, invece, è monumentale, di pietra aere perennius, più durevole del bronzo, eticamente scomodo, non dimentichiamolo mai». Il tema certamente avvincente e la soluzione proposta dallo scultore stimolano il piacere della riflessione, che coinvolge gli aspetti simbolici legati alla pietra con la quale Coquio si confronta in un continuo, silenzioso dialogo.

Valerio P. Cremolini

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