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"Oggi dobbiamo, più che ricostruire, ripensare il sistema economico"

Pagano: "Nel libro emerge come centrale il valore della fratellanza, che nasce da un’esperienza di responsabilità e conduce alla comunità. Un desiderio, una pulsione vitale da riportare oggi sulla scena".

parte prima
La ricerca dell'Uomo nero - 1969 - Lo Zoo a Corniglia, in piazza - estate 1969 - foto Paolo Mussat Sartor

La Spezia - Partendo dalla lettura del secondo volume "Un mondo nuovo, una speranza appena nata", è assai possibile allargare il pensiero ai giorni nostri, partendo naturalmente dall'esperienza degli anni Sessanta, massimo comun denominatore della pubblicazione, superandola per arrivare all'oggi. Ha ancora senso parlarne e se ha senso come va declinata? Nasce così una discussione con l'autore Giorgio Pagano che divideremo in tre parti da leggere in queste festività pasquali.

Abbiamo passato da poco un anniversario che non volevamo ricordare, o che speravamo di ricordare al passato: il lockdown per la pandemia. Come è stata e come è vissuta questa esperienza? E che cosa ci sta insegnando?
"A una prima impressione, che ho avuto anch’io, è parso che alla solidarietà iniziale sia subentrata la rabbia accusatoria. Ma forse le fasi non sono così distinte. C’è un alternarsi tra compassione per gli altri e paura egoistica. Prendersi cura degli altri è una conquista morale, ed è difficile da sostenere… Che cosa ci insegna la pandemia? L’estrema fragilità del nostro sistema globale. L’umanità non ha il senso del limite. Il degrado della biosfera è arrivato a un punto di rottura. L’insorgenza della pandemia, favorita da questo processo, lo ha mostrato a tutti. La sfida al Covid-19 è parte integrante della questione ambientale, che è questione “rivoluzionaria” perché richiede il cambiamento profondo del sistema economico e dei suoi presupposti: le risorse naturali non sono illimitate -già oggi avremmo bisogno di 1,6 Terre per mantenere gli attuali standard di vita- e il mercato non può essere l’unica guida del sistema. Ma di questo non c’è grande consapevolezza: siamo troppo impegnati in un’eterna competizione, che vive e si nutre solo di presente e di
assoluta fiducia nella capacità di controllare la natura.

Torniamo alla solidarietà. Il virus ci ha colpito come specie, come umanità. Questo non dovrebbe spingerci alla solidarietà?
"L’ammonimento è stato: apparteniamo a una stessa umanità. “Siamo tutti chiamati a remare insieme” ha detto il Papa quella sera di un anno fa, sul sagrato deserto e spettrale di San Pietro. Dovremmo tutti, cristiani e non, riconoscerci nel valore della solidarietà. Nel libro mio e di Maria Cristina Mirabello “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia e in provincia” emerge come centrale, in quegli anni, il valore della fratellanza, che nasce da un’esperienza personale di responsabilità e ci conduce alla comunità. Un valore già emerso nelle ricerche sulla Resistenza spezzina. Un desiderio, una pulsione vitale da riportare oggi sulla scena. Ma non è semplice. Basti pensare alla corsa nel mondo a chi si accaparra più vaccini… Abbiamo un destino comune. Si è fermato il treno, dove andiamo tutti assieme? "

Dobbiamo pensare al futuro comune…
"Il mio amico antropologo Marco Aime ha scritto che le popolazioni che chiamiamo “primitive” pensavano al futuro molto di più di quanto facciamo ora noi. E ha raccontato che in Africa possiamo vedere i boschetti sacri, le aree di foresta che venivano preservate dal taglio del legname, per non impoverire troppo la natura. E’ vero. Oggi invece, per il profitto, si deforesta senza limiti. E poi dobbiamo pensare agli altri, alla sofferenza degli altri. Di fronte alla malattia sociale del nostro tempo, quella delle diseguaglianze, c’è una sola certezza di guarigione: “nessuno si salva da solo”. Ancora la fratellanza".

La pandemia lascerà sul campo molte rovine. Molti dicono che dovremmo tornare allo spirito di ricostruzione postbellica…
"In realtà le differenze sono molte. Allora si trattava di ricostruire dalle macerie. Oggi dobbiamo, più che ricostruire, ripensare il sistema economico, reinventarlo. Allora si pensava a permettere a tutti l’accesso al benessere materiale. Oggi abbiamo il problema ambientale, che ci obbliga a cambiare modi di produrre e di consumare. Pensiamo a Spezia: allora furono tutti d’accordo a volere l’ENEL, oggi il tema è, anche da noi, la transizione ecologica. Un’altra differenza è che allora la classe dirigente era del tutto nuova: era giovane, veniva dalla Resistenza, aveva e trasmetteva fiducia. Oggi questo cambio, che pure sarebbe necessario, non è all’ordine del giorno. Ma non cambiamo il Paese se non cambiamo anche le persone, o almeno se anche le persone non cambiano".

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