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"L'ultima cena" di Federico Anselmi

opera custodita a Gaggiola
"L'ultima cena" di Federico Anselmi

La Spezia - Alla presenza di monsignor Luigi Ernesto Palletti, vescovo della diocesi spezzina, è stata presentata nel Santuario di Sant’Antonio a Gaggiola, dove è custodita, una grande tela del pittore Federico Anselmi dedicata all’Ultima Cena. Sull’opera sono intervenuti con il vescovo, il superiore della comunità francescana padre Gianluigi Ameglio, Marinella Curre Caporuscio, Giovanna Riu e Valerio P. Cremolini.

"Al pittore Federico Anselmi - spiega Cremolini - non sono estranei i temi sacri. Li affronta in ogni occasione con non comune pathos ed avvertibile autenticità. Rifugge, infatti, dalla banale emulazione. Anche nella sua Ultima Cena, episodio spesso affrontato nel passato e nella contemporaneità, traspare la specifica identità dell’artista che accetta di mettersi alla prova nel dare visibilità con marcata e convincente espressività alle straordinarie pagine dei vangeli che riportano la speciale cena di Gesù con gli apostoli, illuminata dall’istituzione dell’Eucarestia. Immagino che il pittore sia rimasto lungamente immobile e pensieroso dinanzi alla vastità della tela, percorso da molteplici interrogativi prima di dedicarsi a rivelare, tra entusiasmo e senso di responsabilità, le peculiarità della sua creatività.
Definito l’impianto architettonico della sala del Cenacolo, Anselmi vi ha dipinto Gesù e gli apostoli, privilegiando la sensazione dell’unità. Si coglie dalla posizione dei “dodici” alquanto stipata, proprio per offrire a Gesù corale vicinanza nel momento dell’ascolto delle sue profetiche parole: «Prendete, questo è il mio corpo. Prendete, questo è il mio sangue. Fate questo in memoria di me».
Accomunati dai medesimi tratti fisici, non esageratamente deformati, gli apostoli trattengono tra le loro mani il pane e il calice di vino rosso, acclarando l’esigenza di verità perseguita dal pittore. La bellezza è estranea a quei volti attoniti, colti in gran parte in primo piano. Sono sguardi di persone che conoscono le ansie e le fatiche del lavoro quotidiano e che sprizzano luce divina nell’ambiente circostante. Il colore dell’oro, consueto nella pittura di secoli lontani, è, infatti, prevalente sulle cupe tonalità diffuse sulla scena ed ha la funzione di magnificare il prezioso dono della sacralità.
L’insieme delle figure valorizzate da un processo compositivo intensamente espressivo e formalmente coerente, privo di compiacimenti stilistici, presenta una evidente carica simbolica, quasi a richiamare ciascuno di noi a condividere lo stato d’animo degli astanti, protagonisti di quella straordinaria Cena avvolta tra un inarrivabile silenzio. È dominante, infatti, un dialogo muto contrastante con la segreta concitazione che si agita nei cuori degli apostoli, testimoni di un irripetibile momento a cui farà seguito la drammatica ascesa di Gesù verso il Golgota con lo straziante grido sulla croce.
Anselmi, in questo impegnativo dipinto, dando voce alla propria soggettività conferma pienamente la sua statura di pittore espressionista, laddove, con le parole dello scrittore Piero Bigongiari, «l’espressionismo taglia, incide, ferisce, occupando il campo emotivo di chi guarda, facendolo partecipe in prima persona».
Pare superfluo richiamare l’afflato comunicativo che echeggia nella narrazione pittorica di questa Ultima Cena, dove non viene trascurato l’intimo e fecondo legame fra arte e fede, binomio su cui riflettere non superficialmente. Tali elementi concorrono insieme alla ragione a disegnare e realizzare un progetto esistenziale che coniuga il valore della speranza e l’aspirazione alla bellezza nelle sue molteplici manifestazioni".

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