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"Ho avuto paura di morire, si spezza il cuore quando penso a chi non c'è più"

Un anno dopo la malattia Giorgio Zembo, il primo spezzino positivo al coronavirus, si racconta a Città della Spezia: "Mi vaccinerò, sono vulnerabile anche io. L'odio sui social mi ha ferito profondamente sono stato anche minacciato".

intervista al 'paziente uno'

La Spezia - "Quando ho rivisto il cielo e sentito la pioggia, mi sono messo a piangere. Ho avuto paura di morire". Sono le parole di Giorgio Zembo, il cittadino pignonese che un anno fa venne identificato come il primo caso assoluto di Covid della provincia spezzina. Esattamente dodici mesi dopo, Zembo, dipendente del sindacato Cisl, musicista e cantante del gruppo 'Ikebana' è tornato alla sua vita senza dimenticare però chi non c'è più perché, come ha detto più volte nel corso dell'intervista con Città della Spezia, "io sono stato graziato, altri miei amici non ce l'hanno fatta".
Con un balzo indietro di un anno i ricordi di Zembo si riavvolgono e tra le cose che lo colpiscono maggiormente ci sono: la notifica portata alla famiglia dai carabinieri, il ricovero in ospedale e la seconda fase di degenza in una casa messa a disposizione dal Comune della Spezia. Poi l'odio sui social.
"Non posso dimenticare quella sera - racconta - e non riesco a levarmi dalla testa il momento in cui alla mia famiglia venne notificato l'obbligo di dimora dai carabinieri. Non fu per niente facile e soprattutto è difficile dimenticare quelle che furono le reazioni delle persone soprattutto sui social, nelle chat. In molti, anche senza fondamento, dissero di avermi visto ovunque, addirittura che svenni in mezzo alla strada. Sono stato insultato e minacciato. Parole pesanti come macigni e non nego che a volte me le sento ancora addosso. Ogni tanto, mi sento chiamare con una voce poco rassicurante e in me si risveglia qualche timore".

Dodici mesi fa, quando tracciamenti e spostamenti sembravano la chiave di volta per rintracciare il virus la rete sembrava esplosa. Torna in mente la "caccia virtuale" agli untori e in alcune zone d'Italia anche le aggressioni verbali in strada contro chi arrivava da lontano. Tutto questo avveniva mentre si pensava ancora ad un'epidemia, circoscritta, distante migliaia di chilometri e non alla pandemia che non ha lasciato scampo a più di un milione di persone. Vite spezzate che ne hanno cambiate altre. Niente è più come prima.
"Quando ho contratto il virus - spiega - nessuno sapeva del tutto di cosa si trattasse. I medici dell'Asl 5 che mi hanno curato, il personale sanitario in generale, sono stati preziosi. E mi dissero che prima del mio caso avevano constatato, nei mesi precedenti, delle morti con polmoniti sospette. Sono stato 34 giorni fuori da casa. Quando mi sono ammalato non c'erano le armi che ci sono oggi. Ricordo di aver preso la tachipirina. Ho passato 17 giorni in una piccola stanza, ero seguitissimo, ma i vetri erano satinati e non potevo nemmeno vedere il cielo. Potevo guardare la televisione e i giorni del mio ricovero ho visto le bare di Bergamo. Li ho avuto paura di morire, ho capito la potenza devastante di questa malattia. Davanti a quelle immagini non sono più riuscito a guardare la televisione, erano troppo spaventose, dolorose. Ogni volta che penso a chi non c'è più, a chi deve ricevere ossigeno mi si spezza il cuore".

Alla fine della degenza in ospedale, il Comune della Spezia, ha fornito un altro alloggio. "Quando sono uscito dall'ospedale - racconta Zembo -, c'era della pioggerellina, era leggera, ho sentito il metallo di una ringhiera bagnato. Ho sentito la pioggia, ho pianto. Dall'alloggio temporaneo potevo sentire e vedere la stazione: non mi sembrava vero, ho guardato fuori dalla finestra come se fosse la prima volta".
Oggi ci sono i vaccini. "Io lo farò sicuramente e mi sono fatto consigliare dai medici - aggiunge -. Devo farlo, è una priorità, perché rischio come tutti. Ad oggi mi rimane una specie di velo su un polmone, si vede dalle radiografie. La mia capienza polmonare è ridotta ma ho la fortuna di dire che sono ancora vivo. Dico a tutti, soprattutto ai giovani, di stare attenti".
La vita di Zembo prima del Covid era animata dalla musica, dalle serate e dall'intrattenimento che faceva per gli altri. "Mi manca molto non potermi esprimere con la musica, le serate di ballo - conclude -. Siamo fermi perché l'emergenza lo impone, spero davvero che prima o poi tutto finisca e che, come dico sempre, torni il sereno. Sogno un futuro senza mascherine".

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