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Ultimo aggiornamento: Venerdì 23 Luglio - ore 23.01

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Sfidò l'Antartico, ora sarà esposto nel Museo Navale

Presentato il progetto di restauro del "San Giuseppe Due" a cinquant'anni dall'impresa di Giovanni Ajmone-Cat. E' nato al Polo Marconi come tesi di due studentesse: "Barca unica che racconta la storia di come si costruiva un tempo"

nuova attrazione

La Spezia - Sotto un telone bianco di fronte a Porta Sprugola attende il suo destino. Sedici metri di quercia e iroko, di vernice ipossidica e acciaio che portano con sé la storia di un’impresa d’altri tempi e il racconto di come si sono costruite le barche per secoli. Il San Giuseppe Due, l'imbarcazione di 26 tonnellate con cui Giovanni Ajmone-Cat portò per la prima volta il tricolore a sventolare nell’Antartico è pronto per essere restaurato e diventare una nuova attrazione del Museo Tecnico Navale della Spezia. La volontà della Marina Militare è chiara ed è stata esplicitata in questi giorni dal vertice del Comando Marittimo Nord, l'ammiraglio Giorgio Lazio.
Oltre alla volontà, ora esiste anche il progetto di recupero del manufatto, in secca ormai da vent'anni e affidato al momento alla sezione velica della Marina Militare e al suo comandante Silverio D’Arco. Un progetto nato alla Spezia, confezionato da due studentesse del Polo Marconi che ne hanno fatto la loro tesi di laurea. Che arriva insieme al vento che inizia a spirare anche in Italia, quello della conservazione del patrimonio nautico per decenni lasciato in secondo piano. “Per noi del dipartimento di design navale dell’Università di Genova è una missione - spiega la professoressa Maria Carola Morozzo - Questa è una cultura che si è un po’ arenata in favore della crescita della nautica contemporanea. Le imbarcazioni di legno sono state a lungo considerate 'vecchie' rispetto a quelle in vetroresina o lega leggera. Fino all’ultimo ventennio del Novecento, quando l’interesse è risorto. Oggi siamo in grado di diffondere questa storia, che forse non è ancora percepita come una tradizione e un patrimonio da tutti in un Paese con una così importante eredità culturale”.

La storia del motoveliero da 26 tonnellate varato nel 1968 e partito per il Polo Sud l’anno successivo nasce in un piccolo cantiere navale vicino a Napoli. Costruito senza disegni tecnici ma solo grazie alle conoscenze ancestrali del maestro d’ascia Girolamo Palomba a Torre del Greco. Una barca abbastanza grande da varcare gli stretti e poco più e unica nel suo genere perché mediterranea di concezione ma nata nella testa del suo armatore per affrontare il ghiaccio, con quella chiglia rinforzata in acciaio. Dopo le due spedizioni antartiche - la seconda nel 1973 - il San Giuseppe Due avrebbe partecipato alle Colombiadi e poco dopo sarebbe stato tirato in secca. Lasciando il mare fino e oltre alla morte del suo armatore avvenuta nel 2007. Spostato poi in un cantiere nel 2010, è arrivato alla Spezia nel 2016 a seguito della donazione dell’imbarcazione alla Marina Militare da parte della sorella dell’armatore Rita Ajmone-Cat.
Giulia Zappìa è una ricercatrice che ha elaborato una serie di linee guida per il processo di restauro nautico. Frutto di un lavoro di ricerca di tre anni, sta diventando un punto di riferimento per il settore non solo in Italia. “Ogni barca è differente, quindi è impossibile determinare un iter che valga per ogni caso - avverte - Progettista e armatore devono avere sempre una certa libertà”. Nondimeno il suo schema ha funzionato da blueprint per la tesi di Letizia Landi e Maria Nicolosi sul San Giuseppe Due. “Dopo la ricerca storica, il rilievo dell’imbarcazione è stata portata avanti grazie all’aiuto degli studenti del primo anno della magistrale - raccontano - Abbiamo iniziato con le prese di misura generali per andare poi nello specifico e farci un'idea precisa di ciò che avevamo tra le mani. In seguito siamo passate agli interni, che sono molto interessanti perché totalmente trasformabili grazie ad alcune porte che fungono da paratìe. Viste le condizioni difficili in cui operava, l’equipaggio passava molta parte del giorno sottocoperta e necessitava di spazi di un certo tipo. La notte potevano invece godere ognuno della propria privacy grazie a questo sistema”.

Allo stato attuale le note parlano di degrado del calafataggio, corrosione del fasciame, ossidazione del legno e infiltrazioni sottocoperta. Ma nessuna parte è irrecuperabile. “Porta con sé un valore storico notevole perché testimonia anche la capacità di saper fare della cantieristica tradizionale in legno. Per questo nella nostra proposta abbiamo deciso per una musealizzazione a terra - spiegano le laureande - Lo stesso armatore aveva espresso questo desiderio in vita per quando la sua barca non avrebbe più navigato. E in ogni caso lo stato attuale dell’unità renderebbe difficile il ritorno in acqua". Ecco come si presenterebbe il San Giuseppe Due: pescante su un tappeto di ghiaino e con la possibilità di girarci attorno. "Abbiamo pensato di riportare il fianco di dritta all’aspetto originale che aveva al momento delle missioni polari e di lasciare quello di sinistra a legno per evidenziare le caratteristiche costruttive. Allo stesso modo la coperta sarebbe riportata all’aspetto originario e così gli interni. Speriamo poi di esporre in un’aula del museo le parti non recuperate, tra cui gli alberi a vela latina che risultano smontati”.
Le riparazioni sarebbero compiute usando essenze simili a quelle originali (quercia, iroko e teak) e dove possibile prelevando il fasciame direttamente dal fianco sinistro per reimpiegarlo su quello destro. “L’area del museo individuata per l’esposizione è il giardino, all’interno di una struttura ad hoc in cui verrà attuato lo stesso restauro che potrà diventare un’attrazione di per sé - spiegano - Siamo state aiutate dall’associazione Vela Tradizionale per le stime dei tempi di cantiere. Contando cinque giorni di lavoro a settimana per 8 ore al giorno con due lavoratori specializzati, aiutati da alcuni volontari, ci vorrebbero circa 12 mesi”. A completare il sito espositivo: pannelli con la storia dell’armatore e i suoi viaggi nei pressi del lato di dritta, la storia del recupero e del restauro nel lato di sinistra.

“Siamo andate oltre pensando un giorno di vedere nascere un vero e proprio laboratorio di restauro nei pressi del Museo Tecnico Navale, un luogo che possa portare avanti la cultura dei maestri d’ascia, che si va perdendo, e formare nuove maestranze specializzate”, concludono le dottoresse. Una stima finanziaria della spesa necessaria però manca, sebbene una maggiorazione temporanea ad hoc sul biglietto di ingresso (oggi poco più che simbolico: 1.55 euro) potrebbe essere usata proprio per finanziare il cantiere del San Giuseppe Due. Da non dimenticare come in passato aveva ben funzionato la sinergia con i privati, con la Sala delle Polene creata grazie ai Cantieri Sanlorenzo e all’Art Bonus, il credito di imposta dedicato al mecenatismo. Ma tutto dovrà essere rimandato almeno al 2020, quando finalmente Difesa Servizi dovrebbe emettere il bando per trovare un partner privato per il Museo Tecnico Navale. E allora magari la motonave che sfidò il ghiaccio e la tempesta potrebbe diventare uno dei simboli del suo rilancio.

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I pannelli che racconta il "San Giuseppe Due"
Letizia Landi e Maria Nicolosi espongono la propria tesi Andrea Bonatti


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