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Pietro Cavallini, un ricordo

di Alberto Scaramuccia

Pietro Cavallini

La Spezia - Con Pietro Cavallini ci siamo veramente conosciuti e siamo diventati amici dopo che sulla Gazzetta comparve nel maggio 2008 un mio articolo che diceva del soggiorno di Rosa Luxembourg a Levanto dove sorbiva gelati mentre scriveva il commento a un testo di Lenin.
A Pietro brillavano gli occhi quando mi disse che il pezzo gli era piaciuto. In Italia la rivoluzionaria è stata molto studiata e divulgata da Lelio Basso, segretario nel primo dopoguerra quando il partito socialista si chiamava Psiup, e leader della frazione di estrema sinistra “Quarto Stato” dove militava Cavallini.
In seguito Pietro avrebbe mutato collocazione all’interno del suo Partito ma ricordandola definiva la primitiva posizione, a mio avviso con una sorta di civetteria, trozkista, forse anche perché a un certo punto della vita piace a tutti rammentare il rivoluzionarismo giovanile.
L’amicizia si rinsaldò quando, indagando sulle scuole fondate dai missionari protestanti, mi soffermai a lungo sul carattere innovativo dell’istruzione impartita nell’Istituto Scolastico Evangelico dei Metodisti di via Da Passano dove da giovane Cavallini era stato portato, mi diceva, dall’amico e compagno Vinicio Manfrini.
La scuola metodista praticava le teorie educative di Federico Fröbel, un pedagogista tedesco del primo Ottocento che, seguendo Rousseau e Pestalozzi, aveva ideato i giardini d’infanzia perché i bambini apprendessero le nozioni non attraverso lezioni calate dall’alto, ma con la pratica del gioco con cui anche conoscono meglio se stessi. I suoi giardini Fröbel li intendeva come una palestra comunitaria in cui si allenavano non solo i piccoli ma anche i loro genitori e gli stessi insegnanti. Sistema pedagogico avanzatissimo e molto moderno da cui deriva l’attuale concezione dell’apprendimento come cooperazione, richiedeva che l’attività educativa, per realizzarsi, si svolgesse in un ambiente idoneo: la scuola-giardino.
Parlando di Fröbel, persona che non saprei dire oggi quanto noto, gli occhi di Pietro s’illuminavano come quando parlavamo di Rosa.
La sua attività didattica s’è svolta secondo quelle direttrici: dalla scuola elementare che dirigeva a Fossitermi con il plesso staccato sulla collina dove c’era anche un cerbiatto, alla fattoria didattica e bioasilo di Carpanedo che aveva ideato e fondato, alle domeniche in cui portava gli animali di quella tenuta per mostrarli ai bimbi di città che li vedono solo alla televisione.
Sono state belle iniziative e, per come la vedo io, fu quella la continuazione di una pratica educativa iniziata un secolo e mezzo prima in via Da Passano.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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