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Pandemia e psiche: aumentano i casi di disagio tra adolescenti e bambini

Sia in termini di quantità che di complessità è altissimo il prezzo che pagano e pagheranno. Cds interpella due esperti: da una parte un neuropsichiatra infantile, dall'altra una psicoterapeuta ad orientamento cognitivo-comportamentale.

l'approfondimento

La Spezia - Oltre agli effetti tangibili del Covid, quelli che hanno condizionato le vite di tutti, grandi e piccoli, ne esistono altri, più nascosti. Gli effetti “silenziosi” della pandemia. Quelli più insidiosi che, soprattutto tra i giovanissimi, stanno provocando disturbi allarmanti. A essere a rischio è infatti la salute psicofisica di molti adolescenti, ancor più dei bambini, che stanno pagando il prezzo più alto di questa situazione. Perché togliere la socialità a un ragazzino è un po’ come togliergli l’aria. Abbiamo chiesto a due esperti di psiche quali conseguenze ha provocato sugli adolescenti della provincia spezzina l’isolamento sociale, o socialità ridotta nel migliore dei casi. Ecco le loro risposte.


Franco Giovannoni, Responsabile della SSD Neuropsichiatra Infantile e Dirigente di ASL5

Quanto conta la socialità per i bambini?
"Da più di un anno a questa parte stiamo vivendo un isolamento sociale senza precedenti: chiusi in casa, mascherati, non ci si può dare la mano, non ci si può abbracciare, non ci si può baciare. Filogeneticamente la sopravvivenza è assicurata dalla vicinanza con gli altri, l’individuo nell’isola deserta è un’astrazione, non siamo fatti per stare da soli. Sartre diceva che l’inferno non sono gli altri, l’inferno è quando gli altri non ci sono. La socialità fa stare bene perché stimola gli oppioidi endogeni che provocano piacere, mentre se siamo da soli gli oppioidi si riducono e abbiamo una sorta di sindrome di astinenza. Gli attori, i ciclisti, i calciatori funzionano meglio se c’è un pubblico. Stare insieme agli altri ci fa sentire vivi. L’isolamento sociale fa male a tutti, ma ai piccoli e ai giovanissimi ancora di più. Credo che i bambini abbiano tribolato soprattutto nella scorsa primavera, nel primo lockdown. Poi c’è stata l’estate in cui si è tornati abbastanza alla normalità e la ripresa della scuola e per i bambini è andata anche abbastanza bene".

E gli adolescenti?
"Più che i bambini credo che il vero problema ad oggi siano proprio loro, gli adolescenti. E quando parliamo di adolescenti parliamo di una fetta grossa perché l’adolescenza si sa dove inizia ma non si sa dove finisce. Ai ragazzi abbiamo detto per anni di farla finita di stare davanti ai dispositivi e ora gli diciamo “contrordine”, dovete stare 5 ore davanti al pc perché c’è la DAD. E la dipendenza dalla tecnologia aumenta, anche perché se gli leviamo anche quella in questo momento non hanno molto altro. Non potendosi vedere ufficialmente, stanno sui social e si messaggiano tutto il giorno, almeno quelli che rispettano le regole del distanziamento. Gli altri continuano a uscire in gruppo, perché il loro mondo, il loro habitat naturale è là fuori, a cominciare dalla scuola, che non è solo il luogo in cui si impara, ma è soprattutto il luogo in cui incontrare gli amici e crearsi una propria identità. Gli adolescenti più agitati di tutti sono quelli nella fascia 14-16 anni. Quando riapriranno le “gabbie”, in gabbia non ce li teniamo più".

Quali sono le manifestazioni di disagio più preoccupanti?
"Uno dei primi disturbi evidenziati è quello alimentare, problema esploso in tutta Italia e in Europa. Già in situazioni “normali”, chi ha problemi alimentari è portato a controllare tutto a partire dal cibo, ma nel momento in cui la vita stessa, quella comunitaria, è sotto attacco, chi ha problemi di anoressia o bulimia ancora di più controllerà le sue ansie controllando il cibo. Preoccupanti sono anche quegli adolescenti che si sono chiusi in loro stessi, all’interno delle loro camere da cui non vogliono più uscire. Che stanno sempre al cellulare, che considerano i social l’unica via, che hanno “amici” virtuali. È la sindrome di hikikomori che porta con sé problematiche serie, tra cui l’autolesionismo: braccia e gambe tagliate già a 13 anni sono all’ordine del giorno e questo accade quando la sofferenza emotiva prende la via del dolore fisico e trova giustificazione in esso".

Quale scenario futuro si aspetta?

"Con alcuni colleghi neuropsichiatri di Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta abbiamo scritto un documento centrato proprio sui disturbi attuali degli adolescenti, tema per il quale prevediamo un vero tsunami a breve. Per fare un esempio, i disturbi alimentari che abbiamo avuto negli ultimi tre mesi (gennaio, febbraio e marzo 2021) sono stati tanti quanti i disturbi riscontrati mediamente in un anno, prima della pandemia: 20 adolescenti tra anoressie, bulimie e autolesionismi, più 5-6 bambini che hanno iniziato a rifiutare il cibo".

Come ha risposto l’ASL spezzina all’aumento di richieste di aiuto da parte di famiglie di minori?
"Con il Covid abbiamo ottenuto dei fondi dalla Comunità Europea dedicati alla neuropsichiatria locale che ci hanno consentito di aumentare il personale e avere più risorse per fare fronte a questo vertiginoso aumento di richieste di aiuto e poter così programmare progetti di qualità. Avendo a disposizione più psicologi e neuropsicomotori più altre figure di primo piano, stiamo riuscendo a fare più terapie singole e di gruppo, sia per i ragazzini che per i loro genitori. Dobbiamo dire grazie all’azienda sanitaria ASL 5 che ci ha dato queste risorse anche in vista di nuove richieste che temo continueranno ad aumentare ancora".

Margherita Torrini, psicologa e psicoterapeuta ad orientamento cognitivo comportamentale di ASL 5

Mesi di scuola in DAD, niente sport, socialità ridotta a zero o poco più. Quali sono oggi le ripercussioni di tutto questo sui più giovani? 
"I bambini e gli adolescenti, tutta la fascia dell’età evolutiva, stanno risentendo moltissimo di questa situazione emergenziale. Noi come clinici del servizio pubblico, stiamo assistendo a un grandissimo aumento di richieste di aiuto specialistico, sia in termini di quantità, quindi come numero di richieste di accesso, sia in termini di complessità, quindi di gravità dei casi. Quello che compromette di più è la mancanza di contatto fisico, le difficoltà organizzative in famiglia, l’assenza di routine e le notizie contrastanti".

Oltre ai disturbi più gravi, quali sono i campanelli d’allarme da non sottovalutare?
"Sicuramente i disturbi d’ansia, alterazione dell’umore anche in età più precoci rispetto a quanto riscontrato prima di questa situazione, se prima questi disturbi erano più frequenti in adolescenza, con i ragazzi delle superiori, adesso li vediamo anche in ragazzi delle medie e la sintomatologia è decisamente preoccupante. Parliamo di episodi di autolesionismo, disturbi alimentari. Il primo campanello di allarme è l’eccesso di ritiro sociale e la chiusura in se stessi. Il distanziamento sociale di questo momento considerato prioritario per la salute pubblica, porta ancora di più a un’estremizzazione di isolamento, tanto da negarsi anche quelle forme di socialità consentite come una passeggiata all’aperto o una telefonata con gli amici".

Quale ruolo può avere la famiglia in questo momento?
"La cosa più importante che può fare la famiglia è offrire uno spazio di dialogo costante. È importante aumentare la comunicazione in famiglia spronando i figli di qualsiasi età a esprimere le proprie emozioni senza cercare di ridimensionare né negare un problema, tanto più che la negazione porta a un aumento di ansia. Per il benessere psicologico è infatti importante che venga trovato uno spazio anche per ciò che è più difficile senza rimanerne intrappolati, favorendo quei processi che in psicoterapia si chiamano accettazione ed effusione. In questa situazione che stiamo ancora vivendo, inoltre, aiuta garantire delle routine stabili che sono quelle più penalizzate in questo momento e che siano compatibili con la difficile organizzazione quotidiana dei genitori. Aiuta molto stabilire delle piccole regole, far rispettare gli orari, ad esempio per momenti cadenzati di esercizio fisico all’aperto, favorire dei contatti sociali che non siano solo mediati dai videogiochi".

È giusto raccontare la verità ai figli rispetto alla situazione che stiamo vivendo?
"È molto importante essere sinceri, aiutarli a porre delle domande e ad esternare dubbi e preoccupazioni. Soprattutto i bambini hanno bisogno di poche ma corrette informazioni su ciò che accade. I genitori, in quanto modelli primari di riferimento, possono essi stessi esternare ai figli le proprie emozioni, senza avere timore di condividere incertezze. I bambini e i ragazzi devono comprendere che anche noi adulti non possiamo pretendere di avere tutto sotto controllo".




Annamaria Giannetto Pini

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